martedì 26 agosto 2008
lunedì 18 agosto 2008
figth club - 15 sapone
Mi giro ed è apparso Tyler.
«L'hai scaricata?» chiede Tyler.
Non un rumore, non un odore, Tyler è apparso così.
«Per prima cosa» dice Tyler, e balza dalla soglia della
cucina a frugare in frigorifero. «Per prima cosa dobbiamo
far squagliare del grasso.»
A proposito del mio capo, dice Tyler, se sono davvero
arrabbiato dovrei andare all'ufficio postale a compilare
un modulo di cambio d'indirizzo e fargli mandare tutta
la posta a Rugby, North Dakota.
Tyler comincia a tirar fuori sacchetti di roba bianca
congelata e li butta nel lavello. Io intanto dovrei mettere
sul fornello un pentolone pieno quasi completamente
di acqua. Troppo poca acqua e il grasso si scurisce e
produce sego.
«Questo grasso» dice Tyler, «ha un mucchio di sale,
perciò più acqua c'è, meglio è.»
Metti il grasso nell'acqua e fai bollire l'acqua.
Tyler spreme nell'acqua la roba bianca dai sacchetti e
poi Tyler seppellisce i sacchetti vuoti in fondo alla pattumiera.
«Usa un po' di immaginazione» dice Tyler. «Ricorda
tutte quelle stronzate da pionieri che ti hanno insegnato
nei boy-scout. Ricorda le tue lezioni di chimica al liceo.»
È dura immaginarsi Tyler nei boy scout.
Un'altra cosa che posso fare, mi dice Tyler, è andare
di notte a casa del mio capo ad attaccare una canna al
rubinetto esterno. Attaccare la canna a una pompa a
mano e sparare nelle tubature di casa sua una bella dose
di tintura industriale. Rosso o blu o verde. Poi, il
giorno dopo, sto a vedere che colore ha il mio capo. Oppure
posso starmene seduto dietro la siepe a pompare a
mano la pompa fino a portare le tubature a una pressione
oltre gli otto chilogrammi per centimetro quadro. In
questo modo quando qualcuno fa scorrere l'acqua del
water, il serbatoio del water salta in aria. A dieci chilogrammi,
se qualcuno apre l'acqua della doccia, la pressione
fa saltare la cipolla, la strappa via dalla filettatura,
barn, la cipolla si trasforma in un proiettile da mortaio.
Tyler dice queste cose solo per farmi star meglio. La
verità è che il mio capo mi va bene così. E poi ora come
ora sono illuminato. Sai, solo comportamento stile
Buddha. Hari Rama, sapete, Krishna, Krishna. Sapete,
Illuminato.
«Non è perché ti ficchi penne nel culo che diventi
una gallina» dice Tyler.
Via via che il grasso si squaglia il sego sale in superficie
nell'acqua che bolle.
Oh, dico io, dunque mi ficco penne su per il culo.
Come se il qui presente Tyler con le bruciature di sigarette
che gli salgono in corteo lungo le braccia fosse
un'anima così evoluta. Il signore e la signora Pulitura
di Culo Umano. Mi calmo la faccia e mi trasformo in
una di quelle persone con la faccia da vacca indù che
vanno al massacro sulla tabella delle compagnie aeree
con la procedura per le emergenze.
Abbasso il fuoco sotto il pentolone.
Mescolo l'acqua che bolle.
Continuerà a salire sego finché l'acqua si sarà ricoperta
di uno strato color madreperla. Uso un cucchiaio
grande per schiumare l'acqua e mettere questo strato
da parte.
Allora, chiedo, come sta Marla?
«Almeno Marla sta cercando di toccare il fondo» dice
Tyler.
Mescolo l'acqua che bolle.
Continua a schiumare finché è finito tutto il sego.
Questo che schiumiamo dall'acqua è sego. Ottimo sego
pulito.
Tyler dice che io non sono nemmeno vicino ad aver
toccato il fondo. E se non precipito completamente non
posso essere salvato. Gesù lo ha fatto con quella sua
storia della crocefissione. Io non dovrei limitarmi ad
abbandonare i soldi, tutti i miei effetti personali e le mie
conoscenze. Questo non è solo un ritiro di fine settimana.
Io dovrei separarmi dall'automiglioramento e dovrei
lanciarmi a capofitto verso il disastro. Non posso
continuare a giocare sul sicuro.
Questo non è un seminario.
«Se ti perdi d'animo prima di aver toccato il fondo»
dice Tyler, «non ce la farai mai davvero.»
Solo dopo il disastro si può risorgere.
«È solo dopo che hai perso tutto» dice Tyler, «che sei
libero di fare qualunque cosa.»
Quello che sento io è illuminazione prematura.
«E continua a mescolare» dice Tyler.
Quando il grasso è bollito abbastanza perché non
venga più sego in superficie, butto via l'acqua. Lavo la
pentola e la riempio di acqua pulita.
Domando, ma mi sto avvicinando a toccare il fondo?
«Dove sei ora» risponde Tyler, «non ti puoi nemmeno
immaginare com'è il fondo.»
Si ripete con il sego schiumato. Si fa bollire il sego nell'acqua.
Si schiuma e si continua a schiumare. «Il grasso
che stiamo usando è pieno di sale» dice Tyler. «Troppo
sale e il sapone non si solidifica.» Fai bollire e schiumi.
Bolli e schiumi.
Marla è tornata.
La seconda Marla apre la controporta. Tyler è andato
via, svanito, scappato dalla stanza, scomparso.
Tyler è salito al piano di sopra o è sceso in cantina.
Puff.
Marla entra dalla porta di servizio con un barattolo
di lisciva in scaglie.
«Al negozio hanno carta igienica riciclata al cento per
cento» annuncia Marla. «Dev'essere il peggior lavoro di
tutto il mondo, riciclare carta igienica.»
Io prendo il barattolo di lisciva e lo poso sul tavolo.
Non dico niente.
«Posso restare qui stanotte?» chiede Marla.
Io non rispondo. Nella testa conto: cinque sillabe, sette,
cinque.
La tigre ride
La serpe ti lusinga
Malo spirito
Marla chiede: «Cosa cuoci?».
Io sono il punto di bollitura di Tizio.
Le dico vai, vattene, via, via. Capito? Non ti sei già
presa una fetta abbastanza grande della mia vita? Marla
mi afferra per la manica e mi immobilizza per il secondo
che le serve per baciarmi sulla guancia. «Chiamami,
ti prego. Ti prego. Dobbiamo parlare.»
Io dico sì, sì, sì, sì, sì.
Appena Marla è fuori, riappare Tyler.
Rapido come un trucco di magia. I miei hanno fatto
questa magia per cinque anni.
Io bollo e schiumo mentre Tyler fa spazio in frigo. Il
vapore divide l'aria in strati e l'acqua gocciola dal soffitto
della cucina. La lampadina da quaranta watt nascosta
in fondo al frigorifero, qualcosa di luminoso che
non mi fa vedere dietro le bottiglie di ketchup vuote e i
barattoli di sottaceti in salamoia o maionese, una qualche
luce minuscola dentro il frigo rischiara il profilo di
Tyler.
Bollo e schiumo. Bollo e schiumo. Metto il sego schiumato
nei cartoni del latte con il lato superiore strappato
da una parte all'altra.
Con una sedia accostata al frigorifero aperto, Tyler
guarda il sego che si raffredda. Nel caldo della cucina
nuvole di nebbia fredda cascano dal fondo del frigo e
riempiono una pozzanghera intorno ai piedi di Tyler.
Io riempio i cartoni del latte con il sego e Tyler li ripone
in frigo.
Mi inginocchio davanti a Tyler davanti al frigo e Tyler
mi prende le mani e me le mostra. La linea della vita.
La linea dell'amore. I monti di Venere e Marte. La
nebbia fredda ci avvolge, la lucina fioca ci illumina la
faccia.
«Ho bisogno che mi fai un altro favore» dice Tyler.
Questa volta c'entra Marla, vero?
«Non le devi parlare mai di me. Non le devi mai parlare
di me alle mie spalle. Me lo giuri?» chiede Tyler.
Io giuro.
«Se mai parli di me con lei, non mi vedi più» dice Tyler.
Io giuro.
«Giuri?»
Io giuro.
«Ora ricorda» dice Tyler, «sono tre volte che me l'hai
giurato.»
Uno strato di qualcosa di denso e trasparente si va
formando sopra al sego in frigorifero.
Il sego, gli dico, si sta separando.
«Non temere» dice Tyler. «Lo strato trasparente è glicerina.
Puoi rimescolarci la glicerina, quando fai il sapone.
Oppure puoi tirarla via.»
Tyler si passa la lingua sulle labbra e mi rigira le mani
a palmi in giù sulla sua coscia, su un lembo di flanella
appiccicosa della sua vestaglia.
«Puoi mescolare la glicerina con l'acido nitrico per
fare nitroglicerina» dice Tyler.
Io respiro con la bocca aperta e dico: nitroglicerina.
Tyler si fa le labbra bagnate e luccicanti con la lingua
e mi bacia il dorso della mano.
«Puoi mescolare la nitroglicerina con nitrato di sodio
e segatura per fabbricare dinamite» dice Tyler.
Il suo bacio luccica di bagnato sul dorso della mia
mano bianca.
Dinamite, dico io e mi siedo sui talloni.
Tyler scalza il coperchio del barattolo di lisciva.
«Puoi far saltare in aria i ponti» dice Tyler.
«Puoi mescolare la nitroglicerina con altro acido nitrico
e paraffina e fare gelatina esplosiva» dice Tyler.
«Puoi far saltare un palazzo» dice Tyler. «Come
niente.»
Tyler inclina il barattolo di lisciva a un paio di dita
dal bagnato luccicante del suo bacio sul dorso della mia
mano.
«Questa è una bruciatura chimica» dice Tyler, «e farà
un male da cani come non hai mai provato. Peggio di
un tizzone.»
Il suo bacio luccica sul dorso della mia mano.
«Ti resterà una cicatrice» dice Tyler.
«Se hai abbastanza sapone» dice Tyler, «puoi far saltare
in aria il mondo intero. Ora ricorda il tuo giuramento.
»
E Tyler versa la lisciva.
La saliva di Tyler ha avuto due effetti. L'umidità del bacio
sul dorso della mia mano ha trattenuto le scaglie di
lisciva mentre bruciavano. Questo è stato il primo effetto.
Il secondo è stato che la lisciva brucia solo se combinata
con l'acqua. O con la saliva.
«Questa è una bruciatura chimica» ha detto Tyler, «e
farà un male da cani come non hai mai provato.»
Si può usare lisciva per aprire tubature ostruite.
Chiudi gli occhi.
Un impasto di lisciva e acqua può aprire un buco in
una padella di alluminio.
Una soluzione di lisciva e acqua è capace di dissolvere
un cucchiaio di legno.
Combinata con l'acqua, la lisciva sfiora i cento gradi
e riscaldandosi mi brucia il dorso della mano e Tyler mi
posa le dita sulle dita, le nostre mani aperte sui miei
calzoni sporchi di sangue, e Tyler dice di prestare attenzione
perché questo è il momento più importante della
mia vita.
«Perché tutto quello che è stato finora è una storia»
dice Tyler, «e tutto quello che ci sarà dopo è una storia.»
Questo è il momento più importante della nostra vita.
La lisciva che mi si è appiccicata nella forma esatta
del bacio di Tyler è un falò o un ferro da marchiatura o
una fusione di nucleo atomico sulla mia mano alla fine
di una lunga, lunga strada che mi immagino a miglia
da me. Tyler mi dice di tornare indietro e stare con lui.
La mia mano se ne va, minuscola e all'orizzonte in fondo
alla strada.
Guarda il fuoco che continua a bruciare, solo che
adesso è oltre l'orizzonte. Un tramonto.
«Torna al dolore» dice Tyler.
Questo è il tipo di meditazione guidata che usano ai
gruppi di sostegno.
Non pensare nemmeno alla parola dolore.
Se la meditazione guidata funziona per il cancro, può
funzionare per questo.
«Guardati la mano» dice Tyler.
Non guardarti la mano.
Non pensare alla parola ustione o carne o pelle o bruciore.
Non ascoltarti piangere.
Meditazione guidata.
Sei in Manda. Chiudi gli occhi.
Sei in Manda l'estate dopo che hai lasciato l'università
e stai bevendo in un pub vicino al castello dove giorno
dopo giorno i torpedoni sfornano truppe di turisti inglesi
e americani venuti a baciare la Pietra di Blarney.
«Non estraniarti» dice Tyler, «il sapone e il sacrificio
umano vanno a braccetto.»
Lasci il pub in un torrente di uomini, camminando
nell'imperlato e bagnato silenzio veicolare di strade dove
è appena piovuto. È notte. Finché arrivi al castello
della Pietra di Blarney.
I pavimenti del castello sono marciti e tu sali gli scalini
di roccia con il nero che si fa sempre più fitto di qua e
di là a ogni alzata. Tutti ammutoliscono nell'ascesa e
nella tradizione di questo piccolo atto di ribellione.
«Ascoltami» dice Tyler. «Apri gli occhi.»
«Nella storia antica» dice Tyler, «i sacrifici umani venivano
celebrati su una collina sopra un fiume. Migliaia
di persone. Ascoltami. Si facevano i sacrifici e i
corpi venivano cremati su una pira.
«Puoi piangere» dice Tyler. «Puoi andare al lavandino
a farti correre acqua sulla mano, ma prima devi sapere
che sei stupido e che morirai. Guardami.
«Un giorno» dice Tyler, «tu morirai e finché non saprai
questo, per me sei inutile.»
Sei in Irlanda.
«Puoi piangere» dice Tyler, «ma ogni lacrima che cadrà
nei fiocchi di lisciva sulla tua pelle ti lascerà l'ustione
di una bruciatura.»
Meditazione guidata. Sei in Irlanda l'estate dopo che
hai lasciato il college e forse è qui dove per la prima volta
hai desiderato l'anarchia. Anni prima di conoscere Tyler
Durden, prima di aver pisciato per la prima volta nella
crème anglaise, hai appreso piccoli atti di ribellione.
In Irlanda.
Sei su una piattaforma in cima alle scale in un castello.
«Puoi usare l'aceto» dice Tyler «per neutralizzare la
bruciatura, ma prima devi arrenderti.»
Dopo che centinaia di persone sono state sacrificate e
cremate, dice Tyler, dall'altare è scivolato fuori un efflusso
denso e bianco che è sceso verso il fiume.
Prima devi toccare il fondo.
Sei su una piattaforma in un castello d'Irlanda in
un'oscurità senza fondo tutt'attorno ai bordi della piattaforma
e davanti a te, a un braccio di buio di distanza,
c'è una parete di pietra.
«La pioggia» dice Tyler «è caduta anno dopo anno
sulla pira bruciata e anno dopo anno si bruciavano persone
e la pioggia filtrava attraverso le ceneri del legno
per diventare una soluzione di lisciva e la lisciva si
combinava con il grasso disciolto dei sacrifici e un efflusso
denso e bianco di sapone è fuoriuscito dalla base
dell'altare ed è sceso verso il fiume.»
E gli uomini irlandesi intorno a te con il loro piccolo
atto di ribellione nell'oscurità, si avvicinano al bordo
della piattaforma e si fermano sul bordo del buio senza
fondo e pisciano.
E gli uomini dicono avanti, piscia la tua speciale piscia
americana sontuosa e gialla di troppe vitamine.
Sontuosa e cara e buttata via.
«Questo è il momento più importante della tua vita»
dice Tyler, «e tu te ne sei andato altrove e te lo stai perdendo.
»
Sei in Manda.
Oh, e sei lì che lo fai. Oh, sì. Sì. E senti l'odore dell'ammoniaca
e della dose quotidiana di complesso B.
Dove il sapone è caduto nel fiume, dice Tyler, dopo
mille anni di gente uccisa e pioggia, gli antichi hanno
trovato che i loro vestiti erano più puliti se li lavavano
proprio lì.
Sto pisciando sulla Pietra di Blarney.
«Cazzo» dice Tyler.
Sto pisciando dentro i miei calzoni neri con le macchie
di sangue rappreso che stomacano il mio capo.
Sei in una casa in affitto in Paper Street.
«Questo significa qualcosa» dice Tyler.
«Questo è un segno» dice Tyler. Tyler è pieno di
informazioni utili. Nelle culture prive di sapone, dice
Tyler, usavano la propria orina e l'orina dei loro cani
per lavare i vestiti e i capelli per via dell'acido urico e
dell'ammoniaca.
C'è odore di aceto e il fuoco sulla mano in fondo alla
lunga strada si spegne. C'è il fuoco della lisciva che ti
brucia la cavità biforcuta del naso e l'odore di vomito
ospedaliere di piscia e aceto.
«Era giusto uccidere rutta quella gente» dice Tyler.
Hai il dorso della mano rosso e gonfio e lucido come
un paio di labbra nella forma precisa del bacio di Tyler.
Sparse intorno al bacio ci sono le bruciature del pianto
di qualcuno.
«Apri gli occhi» dice Tyler e la sua faccia è luccicante
di lacrime. «Congratulazioni» dice Tyler. «Ti sei avvicinato
di un passo al fondo.
«Devi vedere» dice Tyler, «come si è fabbricato il primo
sapone usando eroi.»
Pensa agli animali usati per testare chissà quali prodotti.
Pensa alle scimmie sparate nello spazio.
«Senza la loro morte, il loro dolore, senza il loro sacrificio» dice Tyler, «noi non saremmo niente.»
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figth club - 14 marla
Sapone, Tyler. Gli dico che abbiamo bisogno di sapone.
Abbiamo bisogno di fare un po' di sapone. Devo lavarmi
i pantaloni.
Gli tengo i piedi mentre lui fa cento piegamenti.
«Per fare sapone prima dobbiamo squagliare del
grasso.» Tyler è un pozzo di utili informazioni.
A parte le loro sbattute, Marla e Tyler non sono mai
nella stessa stanza. Se Tyler è presente, Marla lo ignora.
Vecchia storia per me.
È esattamente così che i miei genitori erano invisibili
l'uno all'altro. Poi mio padre se n'è andato via per mettere
su un'altra filiale.
Mio padre diceva sempre: «Sposati prima che il sesso
diventi noioso, altrimenti non ti sposerai mai».
Mia madre diceva: «Non comperare mai niente con
una cerniera lampo di nylon».
I miei non dicevano mai niente che ti verrebbe voglia
di ricamare su un cuscino.
Tyler fa centonovantotto piegamenti. Centonovantanove.
Duecento.
Tyler indossa una specie di vestaglia di flanella unta e
calzoni di tuta. «Fai uscire Marla di casa» dice Tyler.
«Manda Marla giù a comperare un barattolo di lisciva. La
lisciva in scaglie. Non quella in cristalli. Sbarazzati di lei.»
E io che torno a quando avevo sei anni e portavo messaggi
avanti e indietro tra i miei genitori che avevano rotto.
Lo detestavo quando avevo sei anni. Lo detesto ora.
Tyler comincia a fare sollevamenti delle gambe e io scendo
a dire a Marla: la lisciva del tipo in scaglie. Le do un biglietto
da dieci dollari e la mia tessera dell'autobus. Mentre
Marla è ancora seduta al tavolo della cucina, io le sfilo
dalle dita la sigaretta ai chiodi di garofano. Facile facile.
Con un canovaccio le ripulisco le macchie rosso ruggine
sul braccio, dove le croste delle bruciature si sono crcpate
e hanno cominciato a sanguinare. Poi le infilo un piede
dopo l'altro nelle scarpe con i tacchi alti.
Marla mi guarda fare il mio pezzo da principe azzurro
con le sue scarpe e dice: «Sono entrata da me. Credevo
che in casa non ci fosse nessuno. Non c'è la serratura
sulla porta».
Io non dico niente.
«Sai, la scarpetta di vetro della nostra generazione è
il preservativo. Te la infili quando incontri uno sconosciuto.
Balli tutta notte, poi lo butti via. Il preservativo,
voglio dire. Non lo sconosciuto.»
Io non sto parlando con Marla. Può anche intromettersi
nei miei gruppi di sostegno e tra me e Tyler, ma
mai e poi mai sarà mia amica.
«È tutta mattina che ti aspetto qui.»
Sbocciano e sfioriscono i fiori
II vento porta farfalle o neve
Sordo è il sasso
Marla si alza dal tavolo e indossa un vestito blu senza
maniche di non so che stoffa lucida. Marla si pizzica
l'orlo della sottana e lo rigira per farmi vedere i punti
della cucitura all'interno. Non ha le mutande. E mi
strizza l'occhio.
«Volevo farti vedere il mio vestito» dice Marla «È un
vestito da damigella d'onore ed è tutto cucito a mano.
Ti piace? Era in vendita all'usato per un dollaro. Qualcuno
ha fatto tutti questi punti piccoli piccoli per un vestito
così orribilmente brutto» dice Marla. «Incredibile,
eh?»
La sottana è più lunga da una parte che dall'altra e il
girovita le orbita basso sui fianchi.
Prima di uscire per andare al negozio, Marla si solleva
la sottana con la punta delle dita e fa qualche passo
di danza intorno a me e al tavolo, fa volare il culo dentro
la sottana. Quello che ama, dice Marla, sono tutte le
cose che la gente adora e poi butta via un giorno o
un'ora dopo. Il modo in cui un albero di Natale è al
centro dell'attenzione e poi, dopo Natale, vedi tutti
quegli alberi di Natale morti con le striscioline di carta
stagnola ancora appese, gettati ai bordi della strada. Vedi
quegli alberi e pensi a tutti gli animali travolti dagli
automobilisti o alle vittime dei maniaci sessuali con le
mutande infilate alla rovescia e le braccia legate con nastro
adesivo nero da elettricista.
Io voglio solo che se ne vada.
«Il posto dove andare è al centro di raccolta degli animali
» dice Marla. «Dove ci sono tutti quegli animali, i
cagnolini e i mici che la gente ha tanto amato e ha buttato
via, anche gli animali vecchi, che ballano e spiccano
salti per attirare la tua attenzione perché dopo tre
giorni gli danno un'overdose di fenobarbital e poi via
nel grosso forno.
«Il grande sonno, stile "Valle dei Cani".
«Dove anche se qualcuno ti vuole abbastanza bene
da salvarti la vita, ti castrano lo stesso.» Marla mi guarda
come se fossi io quello che se la sbatte e chiede:
«Non posso spuntarla con te, vero?».
Marla esce dalla porta sul retro cantando quella canzone,
Valley of thè Dolls, roba da farti accapponare la
pelle.
Io la guardo andar via.
Ci sono uno, due, tre momenti di silenzio prima che
tutta Marla sia uscita dalla stanza.
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figth club - 12 zen
II mio capo mi spedisce a casa per via di tutto il sangue
secco che ho sui calzoni e io sono più felice che
mai.
Il buco nella guancia non guarisce. Vado al lavoro e
le mie orbite gonfiate a suon di cazzotti sono due brioche
nere intorno ai minuscoli forellini che mi servono
per guardarci attraverso. Fino a oggi mi faceva veramente
girare le palle essere diventato questo perfezionatissimo
maestro zen e nessuno se n'è accorto. Però mi
rifaccio con il mio giochetto del FAX. Scrivo piccoli
HAIKU e li faxo a questo e quello. Quando incrocio della
gente sul lavoro, divento ZEN integrale alla bella piccola
faccia ostile di chiunque sia.
Api operaie
E fuchi in libertà
Schiava regina
Abbandoni tutti i tuoi possessi terreni e la tua macchina
e vai a vivere in una casa in affitto nella parte della
città dei rifiuti tossici dove la sera tardi senti Marla e
Tyler nella stanza di lui che si danno a vicenda della
pulitura di culo umano.
Prendi qui, pulitura di culo umano.
Dacci, pulitura di culo umano.
Ingoialo da strozzarti. Tienlo giù, baby.
Per contrasto questo fa di me il piccolo centro calmo
del mondo.
Io con i miei occhi scazzottati e il sangue rappreso in
grosse croste nere sui calzoni, io che dico SALVE a tutti
quelli che incontro sul lavoro. SALVE! Guardatemi. SALVE!
Sono così ZEN. Questo è SANGUE. Questo non è NIENTE.
Salve. Tutto è niente ed è la fine del mondo essere ILLUMINATO.
Come me.
Sospiro.
Guarda. Davanti alla finestra. Un uccello.
Il mio capo mi ha chiesto se il sangue era sangue mio.
L'uccello vola sottovento. Sto scrivendo mentalmente
un piccolo haiku.
Privo di nido
L'uccello abita il mondo
Vivi la vita
Conto sulle dita cinque, sette, cinque.
Quel sangue è mio?
Sì, dico, anche.
Questa risposta è sbagliata.
Dovesse importare qualcosa. Possiedo due paia di
calzoni neri. Sei camicie bianche. Sei paia di mutande.
Il minimo indispensabile. Vado al fight club. Sono cose
che capitano.
«Vai a casa» mi dice il mio capo. «Cambiati.»
Sto cominciando a domandarmi se Tyler e Marla sono
la stessa persona. A parte le loro sbattute, tutte le
notti nella stanza di Marla.
A darci.
A darci.
A darci.
Tyler e Marla non sono mai nella stessa stanza. Non
li vedo mai insieme.
Ma nemmeno me e Zsa Zsa Gabor, ci si vede mai
insieme, e questo non significa che siamo la stessa
persona. È solo che Tyler non viene fuori quando c'è
Marla.
Perché io possa lavarmi i calzoni Tyler mi deve mostrare
come si fa il sapone. Tyler è di sopra e la cucina è
piena di odore di chiodi di garofano e peli bruciati.
Marla è al tavolo della cucina a bruciarsi sotto l'ascella
con una sigaretta ai chiodi di garofano e a darsi della
pulitura di culo umano.
«Io accolgo la mia malata degenerazione putrescente
» dice Marla alla brace in cima alla sua sigaretta. Marla
si ruota la sigaretta nel soffice ventre bianco del braccio.
«Brucia, strega, brucia.»
Tyler è di sopra in camera mia a guardarsi i denti nel
mio specchio e dice che mi ha trovato un posto da cameriere
part-time da banchetto.
«Al Pressman Hotel, se ti va di lavorare di sera» dice
Tyler. «È un posto che ti servirà a fomentare il tuo odio
di classe.»
Sì, rispondo, certo.
«Ti fanno portare un farfallino nero» dice Tyler. «Per
lavorarci hai solo bisogno di una camicia bianca e un
paio di calzoni neri.»
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figth club
figth club - 11 marla
Una mattina galleggia nel water la medusa morta di un
preservativo usato.
È così che Tyler conosce Marla.
Mi alzo per andare a pisciare e lì contro quella sorta di
affreschi preistorici di sudiciume nella tazza del water lo
trovi. Ti viene da chiederti che cosa pensa lo sperma.
Questa?
Questa sarebbe la cavità vaginale?
Che succede qui?
Per tutta notte non ho fatto che sognare che mi sbattevo
Marla Singer. Marla Singer che stava sotto di me.
Marla Singer che alzava gli occhi al soffitto. Mi sono
svegliato da solo nel mio letto e la porta della stanza di
Tyler era chiusa. La porta della stanza di Tyler non è
mai chiusa. Tutta notte non ha fatto che piovere. Le assicelle
del tetto si scartocciano, si storcono, si arricciano,
e la pioggia passa attraverso e si raccoglie nell'intonaco
del soffitto e gocciola dall'impianto elettrico.
Quando piove dobbiamo togliere i fusibili. Non hai il
coraggio di accendere le luci. La casa di Tyler ha tre piani
e una cantina. Giriamo con le candele. Ci sono dispense
e verande chiuse e finestre colorate sul pianerottolo.
In salotto ci sono bovindi con sedili sotto i vetri.
Gli zoccoli sono intagliati e verniciati e alti quarantacinque
centimetri.
La pioggia cola per la casa e tutto quello che c'è di legno
si gonfia o si ritira e i chiodi in tutto ciò che è di legno,
i pavimenti e gli zoccoli e gli infissi, i chiodi spuntano
fuori e arrugginiscono.
Dappertutto ci sono chiodi arrugginiti sui quali mettere
un piede o impigliare un gomito e c'è un bagno solo
per le sette camere da letto e adesso in bagno c'è un
preservativo usato.
La casa è in attesa di qualcosa, una modifica al piano
regolatore o l'omologazione di un testamento, poi verrà
abbattuta. Ho chiesto a Tyler da quanto tempo era lì e
mi ha risposto circa sei settimane. Prima dell'alba dei
tempi c'era un proprietario che aveva raccolto per tutta
la vita cataste di "National Geographic" e "Reader's Digest".
Alte cataste vacillanti di riviste che crescono a
ogni pioggia. Tyler dice che l'ultimo inquilino ripiegava
le pagine patinate delle riviste per farne buste per cocaina.
Non c'è più la serratura sulla porta d'ingresso da
quando ha fatto irruzione la polizia o chi altro. Sulle pareti
della sala da pranzo ci sono nove strati di carta da
parati che si gonfiano, fiori sotto strisce sotto fiori sotto
uccelli sotto tela di ramiè.
I nostri soli vicini sono un'officina meccanica chiusa
e dall'altra parte della strada un capannone lungo un
isolato. In casa c'è un ripostiglio pieno di rulli lunghi
due metri per arrotolarci le tovaglie di damasco così
non hanno mai pieghe. C'è un guardaroba refrigerato
per pellicce rivestito di pannelli di cedro. Le piastrelle
del bagno sono dipinte a fiorellini che nemmeno un
servizio di porcellana da regalo di nozze ce li ha così
belli e nella tazza del water c'è un preservativo usato.
Vivo da Tyler da un mesetto.
Tyler viene a fare colazione con il collo e il petto costellati
di succhiotti e io sto leggendo un vecchio numero
del "Reader's Digest". Questa è la casa perfetta per
trafficare droga. Non ci sono vicini. Non c'è niente in
Paper Street a parte i capannoni e la cartiera. L'odore di
scoreggia del vapore della cartiera e l'odore da gabbia
di criceti dei trucioli in piramidi arancione intorno alla
cartiera. Questa è la casa perfetta per trafficare droga
perché ogni giorno per Paper Street c'è un andirivieni
di un fantastilione di camion, ma di notte io e Tyler siamo
soli per mezzo miglio in tutte le direzioni.
Ho trovato pile e pile di "Reader's Digest" in cantina
e ora c'è una pila di "Reader's Digest" in ogni stanza.
Vita in questi Stati Uniti.
Il rìso è la medicina migliore.
Le pile di riviste sono più o meno i soli mobili d'arredamento.
Nelle riviste più vecchie ci sono una serie di artìcoli
dove gli organi del corpo umano parlano di se stessi in
prima persona: salve, io sono l'utero di Tizia.
Salve, io sono la prostata di Tizio.
Senza scherzi. E Tyler viene al tavolo della cucina con
i suoi succhiotti e senza camicia e dice bla, bla, bla, bla,
bla, ieri sera ha conosciuto Marla Singer e hanno fatto
sesso.
A sentirlo io sono in tutto e per tutto la cistifellea di
Tizio. Tutto questo è colpa mia. Certe volte fai una cosa
e finisci fottuto. Certe volte sono le cose che non fai e finisci
fottuto.
Ieri sera ho chiamato Marla. Abbiamo elaborato un
sistema così se io voglio andare a un gruppo di sostegno
posso chiamare Marla e sentire se ha intenzione di
andarci lei. Ieri sera era il melanoma e io mi sentivo un
po' giù.
Marla vive al Regent Hotel, che non è altro che mat-
toni marrone cementati dalla sudiceria, dove tutti i materassi
sono sigillati in scivolose buste di plastica, così
sono molti quelli che vanno lì a morire. Ti siedi su un
qualsiasi letto dalla parte sbagliata e finisci dritto per
terra tu, lenzuola e coperta.
Ho chiamato Marla al Regent Hotel per sapere se andava
al melanoma.
Marla ha risposto al rallentatore. Non era un suicidio
di quelli veri, ha detto Marla, era probabilmente solo
del genere invocazioni d'aiuto, ma aveva preso troppe
pillole di Xanax.
Immaginatevi andare al Regent Hotel a guardare
Marla che si sbatte per la sua brutta camera dicendo:
sto morendo. Muoio. Muoio. Sto morendo. Mo-rendo.
Muoio.
Roba da andare avanti per ore.
Dunque non esci questa sera, giusto?
Stava facendo il suo pezzo forte della morente, mi ha
detto Marla. Dovevo sbrigarmi se volevo assistere.
Grazie comunque, ho risposto, ma ho altri piani.
Fa lo stesso, ha detto Marla, posso morire anche
guardando la tele. Marla si augurava solo che ci fosse
qualcosa da vedere.
E io sono corso al melanoma. Sono arrivato a casa
presto. Ho dormito.
E ora, mentre faccio colazione la mattina dopo, Tyler
è seduto davanti a me tutto coperto di succhiotti e dice
che Marla è tutta storta, ma che a lui va un sacco.
Dopo il melanoma di ieri sera sono tornato a casa e
mi sono messo a letto e ho dormito. E ho sognato che
sbattevo, sbattevo, mi sbattevo Marla Singer.
E questa mattina mentre ascolto Tyler faccio finta di
leggere il "Reader's Digest". Una tutta storta, potevo
dirtelo anch'io. "Reader's Digest". Barzellette in uniforme.
Io sono lo scatenato dotto biliare di Tizio.
Le cose che gli ha raccontato ieri sera Marla, dice Tyler.
Nessuna ragazza gli aveva mai parlato in quel modo.
Io sono i denti digrignanti di Tizio.
Io sono le narici infocate di Tizio.
Dopo che Tyler e Marla hanno fatto sesso una decina
di volte, dice Tyler, Marla ha detto che voleva restare
incinta. Marla ha detto che voleva abortire il concepito
di Tyler.
Io sono le nocche sbiancate di Tizio.
Come poteva Tyler non cascarci? L'altra sera Tyler è
rimasto sveglio da solo a infilare organi sessuali in
Biancaneve.
Come potrei competere per guadagnarmi l'attenzione
di Tyler?
Io sono il furente, rancoroso senso di rigetto di Tizio.
Mi rode più di tutto che è colpa mia. Dopo che ieri
sera sono andato a dormire, Tyler mi dice che è rincasato
dal suo turno da cameriere di banchetti e Marla ha
chiamato di nuovo dal Regent Hotel. Ci sono, ha annunciato
Marla. Il tunnel, la luce della porta giù per il
tunnel. Era un'esperienza così fantastica che Marla voleva
che la sentissi descrivere il momento in cui si sollevava
dal suo corpo per ascendere.
Marla non sapeva se il suo spirito era in grado di
usare il telefono, ma voleva che qualcuno almeno udisse
il suo ultimo respiro.
No, ma no, Tyler risponde al telefono e fraintende la
situazione.
Non si sono mai conosciuti così Tyler pensa che sia
un male che Marla stia per morire.
Non è affatto così.
Non sono affari di Tyler, ma Tyler chiama la polizia e
Tyler corre al Regent Hotel.
Ora, secondo l'antico costume cinese che tutti noi apprendiamo
dalla televisione, Tyler è responsabile di
Marla per sempre, perché Tyler ha salvato la vita di
Marla.
Se io avessi sprecato solo un paio di minuti e fossi andato
a guardare Marla morire niente di tutto questo sarebbe
accaduto.
Tyler mi dice come Marla vive nella stanza 8G all'ultimo
piano del Regent Hotel, otto rampe di scale e un
corridoio rumoroso di risate televisive registrate che
passano attraverso gli usci. Ogni due secondi o tre c'è
un'attrice che strilla o un attore che muore rantolando
in una scarica di pallottole. Tyler arriva in fondo al corridoio
e prima ancora di bussare un braccio bianco
bianco sottile sottile si fionda fuori della porta della
stanza 8G, lo afferra per il polso e lo trascina dentro.
Io mi inabisso in un "Reader's Digest".
Marla sta ancora trascinando Tyler nella sua camera,
che Tyler già sente lo stridere dei freni e le sirene che si
radunano davanti al Regent Hotel. Sul comò c'è un dildo
fabbricato con la stessa rosea plastica cedevole di un
milione di Barbie e per un momento Tyler s'immagina
milioni di bambolotti e Barbie e dildo che si rovesciano
dalla stessa catena di montaggio a Taiwan.
Marla guarda Tyler che guarda il suo dildo e alza gli
occhi al soffitto e dice: «Non aver paura, non è una minaccia
per te».
Marla respinge Tyler sul pianerottolo e dice che le dispiace,
lui non avrebbe dovuto chiamare la polizia e
probabilmente è già lì, nell'atrio.
Sul pianerottolo Marla chiude a chiave la porta
dell'SG e spinge Tyler verso le scale. Sulle scale Tyler e
Marla si addossano al muro mentre arrivano alla carica
poliziotti e lettighieri, chiedono qual è la porta dell'SG.
Marla dice che è la porta in fondo al corridoio.
Marla grida alla polizia che la ragazza che abitava
all'SG una volta era così carina e simpatica, ma che
quella ragazza è un mostro una strega un mostro. Quella
ragazza è feccia umana infetta ed è confusa e ha paura
di impegnarsi in qualcosa di sbagliato così non si impegna
in niente.
«La ragazza dell'SG non ha fiducia in se stessa» grida
Marla, «e ha paura che invecchiando avrà sempre meno
alternative.»
Marla grida: «Buona fortuna».
I poliziotti si ammucchiano sulla porta chiusa a chiave
e Marla e Tyler corrono giù. Alle loro spalle un poliziotto
sta gridando alla porta:
«Lasci che l'aiutiamo! Signorina Singer, lei ha tutte le
ragioni di questo mondo per vivere! Facci entrare, Marla,
e ti aiuteremo a risolvere i tuoi problemi!»
Marla e Tyler sbucano di corsa in strada. Tyler fa salire
Marla su un taxi e in cima all'albergo, all'ottavo piano,
vede ombre che si muovono dietro le finestre della
stanza di Marla.
In autostrada con tutte le luci e le altre macchine, sei
corsie di traffico che sfreccia verso il punto di fuga,
Marla dice a Tyler che deve tenerla sveglia tutta notte.
Se dovesse addormentarsi, morirebbe.
Molte persone vogliono Marla morta, dice lei a Tyler.
Queste persone sono già morte e dall'altra parte e di
notte la chiamano al telefono. Marla va in qualche bar e
sente il barista che la chiama per nome e quando va a
rispondere al telefono, la comunicazione non c'è.
Tyler e Marla. Sono rimasti su quasi tutta la notte nella
camera di fianco alla mia. Quando Tyler si è svegliato,
Marla era tornata al Regent Hotel.
Dico a Tyler che Marla Singer non ha bisogno di un
amante, lei ha bisogno di un assistente sociale.
Tyler dice: «Non parlarmi di amore».
Per farla breve, ora Marla si è disposta a guastare
un'altra parte della mia vita. È dai tempi dell'università
che mi faccio degli amici. Loro si sposano. Io perdo gli
amici.
Benissimo.
Bene, dico.
Tyler mi chiede se per me è un problema.
Io sono le budella annodate di Tizio.
No, dico io, tutto a posto.
Puntami una pistola alla testa e pittura le pareti con
le mie cervella
Strepitoso, dico io. Davvero.
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figth club - 10 la prima regola
Quando abbiamo inventato il fight club, io e Tyler,
nessuno dei due aveva mai partecipato prima a un
combattimento. Se non sei mai stato in combattimento
sei pieno di interrogativi. Sei lì che ti chiedi com'è farsi
male, cosa saresti capace di fare a un altro uomo. Io sono
stato il primo a cui Tyler si è sentito di poter chiedere
senza timore ed eravamo ubriachi tutt'e due in un
bar dove a nessuno importava niente di noi, così Tyler
ha detto: «Voglio che mi fai un favore. Voglio che mi tiri
un cazzotto più forte che puoi».
Io non volevo, ma Tyler mi ha spiegato tutto, tutta la
storia di non voler morire senza cicatrici, di essere stanco
di vedere solo combattimenti di professionisti e di
voler sapere di più di se stesso.
Mi ha raccontato dell'autodistruzione.
All'epoca la mia vita mi sembrava troppo completa e
forse abbiamo bisogno di spaccare tutto per tirar fuori
qualcosa di meglio da noi stessi. Mi sono guardato intorno
e gli ho detto di sì. Va bene, gli ho detto, ma fuori
nel parcheggio.
Così siamo usciti e gli ho chiesto se lo voleva in faccia
o in pancia.
«Sorprendimi» ha detto Tyler.
Io ho detto che non avevo mai picchiato nessuno.
«Allora dai fuori di matto» ha detto Tyler.
Io gli ho detto di chiudere gli occhi.
«No» ha detto Tyler.
Come tutti quelli al primo combattimento al fight
club ho preso fiato e ho menato una sventola al mento
di Tyler come in tutti i film di cowboy che avevo visto e
nel caso mio il pugno lo ha raggiunto al collo.
Merda, ho detto. Questo non conta. Voglio riprovare.
«Sì che è contato» ha detto Tyler e mi ha colpito, diritto
di botto, pac, come un guantone spinto da una
molla in un cartone animato del sabato mattina, in pie-
no petto. Sono finito contro una macchina. Eravamo lì
uno davanti all'altro, Tyler a massaggiarsi il collo e io a
tenermi una mano sul petto, tutti e due coscienti di essere
finiti in un posto dove non eravamo mai stati e, come
il gatto e il topo nei disegni animati, eravamo ancora
vivi e volevamo sapere fin dove saremmo potuti
arrivare restando vivi.
«Complimenti» ha detto Tyler.
Colpiscimi di nuovo gli ho detto io.
«No, tu colpisci me» ha detto Tyler.
Così l'ho colpito, una grande sbracciata da donna poco
sotto l'orecchio e Tyler mi ha spinto all'indietro e mi
ha calcato il tacco della scarpa nello stomaco. Quello
che è successo subito dopo e oltre non è successo a parole,
ma il bar ha chiuso e la gente è uscita e si è messa
intorno a noi a gridare nel parcheggio.
Invece che su Tyler, ho sentito che finalmente potevo
mettere le mani su tutto quello che nel mondo non funzionava,
gli indumenti che mi tornavano dalla tintoria
con i bottoni del colletto spezzati, la banca che dice che
sono sotto di centinaia di dollari. Il mio lavoro dove il
mio capo si mette al mio computer e smanetta i miei comandi
Dos. E Marla Singer, che mi ha soffiato i gruppi
di sostegno.
Niente era risolto alla fine del combattimento, ma
niente contava.
La prima sera che abbiamo combattuto era una domenica
sera e Tyler non si era fatto la barba per tutto il
fine settimana così avevo le nocche che mi bruciavano
per la sua barba lunga. Sdraiato sulla schiena nel parcheggio
accanto a lui a guardare l'unica stella che si vedeva
nella luce dei lampioni, ho chiesto a Tyler con cosa
aveva combattuto.
Suo padre, ha detto Tyler.
Forse non avevamo bisogno di un padre per comple-
tarci. Non c'è niente di personale contro il tuo avversario
al fight club. Combatti per combattere. È proibito
parlare del fight club, ma noi abbiamo parlato e per un
paio di mesi la gente si ritrovava in quel parcheggio dopo
la chiusura del bar e quando ha cominciato a far
freddo, un altro bar ci ha offerto il seminterrato dove ci
riuniamo ora.
Quando si riunisce il fight club, Tyler enuncia le regole
che abbiamo stabilito io e lui.
«Nella maggior parte dei casi» grida Tyler nel cono
di luce al centro dello scantinato pieno di uomini, «siete
qui perché qualcuno ha violato le regole. Qualcuno ha
parlato del fight club.»
Tyler dice: «Allora è meglio che smettete di parlarne
oppure vi conviene aprire un altro fight club perché la
prossima settimana il vostro nome finirà su una lista
quando entrerete e solo i primi cinquanta nomi della lista
entreranno. Se entrate, stabilite subito il vostro combattimento
se avete voglia di combattere. Se non volete
un combattimento, ci sono altri che lo vogliono, allora
forse vi conviene restarvene a casa.
«Se questa è la vostra prima sera al fight club» grida
Tyler, «dovete combattere.»
La maggior parte di quelli che vengono al fight club
ci vengono per via di qualcosa contro cui hanno paura
di combattere. Dopo qualche combattimento hai molta
meno paura.
Ci sono molti ottimi amici che si ritrovano per la prima
volta al fight club. Ora vado a riunioni o convegni e
vedo facce ai tavoli, dirigenti e giovani direttori o avvocati
con i nasi rotti che vanno gonfiandosi come melanzane
sporgendo da sotto le bende o un paio di punti
sotto un occhio o una mandibola ingessata. Sono quelli
che se ne stanno tranquilli ad ascoltare fino al momento
di prendere una decisione.
Ci scambiamo cenni di saluto con la testa.
Più tardi il mio capo mi chiederà com'è che conosco
tanti di questi individui.
Secondo il mio capo nel nostro mestiere ci sono sempre
meno gentiluomini e sempre più canaglie.
La demo va avanti.
Walter della Microsoft incrocia gli occhi con i miei. È
un giovane con denti perfetti e pelle sana e il tipo di posto
di lavoro di cui ti prendi la briga di vantarti con gli
ex compagni di scuola. Sai che è troppo giovane per
aver combattuto in qualche guerra e se i suoi genitori
non erano divorziati, suo padre non era mai a casa, e
ora sta guardando me, che ho la faccia per metà ben rasata
e per l'altra metà scura di un livido che tengo nascosto
nel buio. Sangue che mi luccica sulle labbra. E
forse Walter sta pensando a un'indolore cena vegetariana
a cui è stato la settimana scorsa o all'ozono o al disperato
bisogno della Terra di smettere i crudeli atti di
sperimentazione sugli animali, ma probabilmente no.
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figth club - 09 figth club
Ho cominciato da due schermate la mia demo per quelli
della Microsoft e sento sapore di sangue in bocca e
devo cominciare a deglutire. Il mio capo non conosce il
materiale, ma non mi lascia condurre la demo con un
occhio nero e metà faccia gonfia per i punti dentro la
guancia. I punti si sono allentati e li sento con la lingua.
Pensate a una lenza aggrovigliata sulla spiaggia. Io li
immagino come i punti neri che si danno a un cane ferito
e continuo a inghiottire sangue. Il mio capo sta facendo
la presentazione leggendo il testo che gli ho
scritto io, mentre io mi occupo della proiezione, quindi
sono in fondo alla stanza al buio.
Le labbra mi diventano appiccicose di sangue e io mi
sforzo di ripulirmele con la lingua e quando le luci si
accenderanno mi rivolgerò ai rappresentanti della Microsoft,
mi rivolgerò a Ellen e Walter e Norbert e Linda,
grazie di essere venuti, con la bocca luccicante di sangue
e il sangue che mi spunta dalle fessure tra i denti.
Si riesce a mandar giù una bicchierata di sangue prima
di vomitare.
Domani è giornata di fight club e io il fight club non
me lo perdo.
Prima della presentazione Walter della Microsoft
stende a sorriso la sua mandibola a badile che sembra
una pubblicità, abbronzata del colore di una patata arrosto.
Walter con il suo anello con sigillo mi stringe la
mano, me la prende nella sua liscia e morbida e dice:
«Non vorrei vedere com'è conciato l'altro».
La prima regola del fight club è che non si parla del
fight club.
Dico a Walter che sono caduto.
Mi sono ridotto così da solo.
Prima della presentazione, quando ero seduto davanti
al mio capo a spiegargli come si combina la sequenza
delle dia rispetto al testo e in che momento avevo
intenzione di inserire il filmato, il mio capo mi
domanda: «In che razza di casino ti cacci tutti i fine settimana?».
È solo che non ho voglia di morire senza qualche cicatrice
addosso, rispondo. Non serve più a niente avere
un bel corpo intonso. Vedi quelle belle macchine con la
loro bella carrozzeria virginale, fresche fresche di concessionario
classe 1955 e a me viene sempre da pensare,
Dio che spreco.
La seconda regola del fight club è che non si parla del
fight club.
Magari a pranzo il cameriere viene al tuo tavolo e il cameriere
ha due occhi neri come un panda gigantesco per
il combattimento di sabato scorso, quando lo hai visto
con la testa schiacciata tra il pavimento di cemento e il ginocchio
di un ragazzone da cento chili che gli ha picchiato
cazzotti nel naso a ripetizione in un rintoccare di pacche
piatte e pesanti che hai sentito benissimo in mezzo a
tutte le urla finché il cameriere è riuscito a prendere abbastanza
fiato da spruzzare sangue dicendo basta.
Non dici niente perché il fight club esiste soltanto
nelle ore che vanno tra quando il fight club comincia e
quando il fight club finisce.
Hai visto il ragazzo che lavora in copisteria, l'hai visto
un mese fa questo ragazzo che non si ricorda mai di
fare i tre buchi in un ordine o infilare le striscioline di
carta colorata tra le serie di copie, ma questo ragazzo è
stato un dio per dieci minuti quando lo hai visto sgonfiare
un impiegato grosso due volte lui e montargli sopra
e tramortirlo di cazzotti finché non è stato costretto
a smettere. Questa è la terza regola del fight club, quando
qualcuno dice basta o non reagisce più, anche se sta
solo facendo finta, il combattimento è finito. Ogni volta
che rivedi il ragazzo, non puoi dirgli quanto bene ha
combattuto.
Solo due per ogni combattimento. Un combattimento
per volta. Si combatte senza camicia e senza scarpe. Il
combattimento dura per il tempo che stabiliscono loro.
Queste sono le altre regole del fight club.
Quelli del fight club non sono quelli del mondo reale.
Anche se tu dicessi al ragazzo della copisteria che è un
combattente fenomenale, non parleresti alla stessa persona.
Quello che sono io al fight club non è uno che il mio
capo conosce.
Dopo una sera al fight club ogni cosa del mondo reale
si ridimensiona. Niente può farti più incazzare. La
tua parola è legge e se qualcuno viola quella legge o la
mette in dubbio, non t'incazzi lo stesso.
Nel mondo reale io sono un coordinatore di operazioni
di ritiro in giacca e cravatta, seduto al buio con la
bocca piena di sangue a cambiare i valori di spesa e le
dia mentre il mio capo spiega alla Microsoft come ha
scelto per icona una particolare sfumatura di celeste
fiordaliso.
Il primo fight club siamo stati io e Tyler a scazzottarci.
In passato era sufficiente, quando tornavo a casa rabbioso
e sapevo che la mia vita non stava dietro al mio
piano quinquennale, mettermi a ripulire l'appartamento
o lucidare la macchina. Un giorno sarei morto senza
una cicatrice addosso e avrei lasciato un gran bell'appartamento
e una gran bella macchina. Molto, molto
belli, fino al formarsi di un nuovo velo di polvere o fino
all'arrivo di un nuovo proprietario. Non c'è niente di
statico. Persine la Gioconda se ne va a pezzi. Da quando
c'è il fight club posso far dondolare metà dei denti che
ho in bocca.
Forse l'automiglioramento non è la risposta.
Tyler non ha mai conosciuto suo padre.
Forse la risposta è l'autodistruzione.
Tyler e io andiamo ancora al fight club, insieme. Il fight
club è lo scantinato di un bar, adesso, il sabato sera, dopo
l'ora di chiusura, e settimana dopo settimana, quando ci
vai ci trovi più gente.
Tyler si piazza sotto l'unica luce al centro del nero
scantinato di cemento e vede quella luce riflettersi nel
buio in cento paia d'occhi. La prima cosa che Tyler grida
è: «La prima regola del fight club è che non si parla
del fight club».
«La seconda regola del fight club» grida Tyler, «è che
non si parla del fight club.»
Quanto a me, io ho conosciuto mio padre per sei anni,
ma non mi ricordo niente. Mio padre mette su una
nuova famiglia in una nuova città ogni sei anni circa.
Più che una nuova famiglia, è come se mettesse su una
nuova filiale.
Quella che vedi al fight club è una generazione di uomini
cresciuti da donne.
Tyler sotto l'unica luce nell'oscurità del dopo mezzanotte
in uno scantinato pieno di uomini, Tyler che snocciola
le altre regole: due uomini per combattimento, un
combattimento per volta, niente scarpe niente camicia,
il combattimento dura finché vogliono i combattenti.
«E la settima regola» grida Tyler «è che se questa è la
vostra prima sera al fight club, dovete combattere.»
Il fight club non è football in tv. Non sei lì a guardare
un gruppo di uomini che non conosci e che dall'altra
parte del mondo si pestano dal vivo via satellite con
uno scarto di due minuti di ritardo, pubblicità di birra
ogni dieci minuti e interruzioni per l'identificazione
dell'emittente. Dopo che sei stato al fight club, guardare
football in tv è come guardare pornografia quando
potresti fare ottimo sesso di persona.
Il fight club diventa la tua buona ragione per andare
in palestra e tenere i capelli corti e tagliarti le unghie.
Le palestre dove vai sono affollate di tizi che cercano di
sembrare uomini, come se essere un uomo equivalesse
ad avere l'aspetto che ha in mente uno scultore o un
pubblicitario.
Come dice Tyler, anche un soufflé è bello pompato.
Mio padre non ha fatto l'università perciò era importantissimo
che io facessi l'università. Dopo l'università
l'ho chiamato in interurbana e gli ho chiesto, e adesso?
Mio padre non sapeva.
Quando mi sono trovato un lavoro e ho compiuto
venticinque anni, in interurbana gli ho chiesto, e adesso?
Mio padre non sapeva, così mi ha risposto: sposati.
Sono un ragazzo trentenne e mi domando se un'altra
donna è davvero la risposta che mi occorre.
Quello che succede al fight club non succede a parole.
Certi hanno bisogno di un combattimento alla settimana.
Questa settimana Tyler dice che si batteranno i
primi cinquanta che entrano e basta. Nessun altro.
La settimana scorsa ho battuto un dito sulla spalla di
un tizio e siamo stati messi in lista per un combattimento.
Lui doveva aver avuto una settimana tutta storta, mi
ha inchiodato le braccia dietro la testa e mi ha sbattuto la
faccia contro il pavimento finché i denti mi hanno squar-
ciato l'interno della guancia e un occhio mi si è gonfiato
tanto che mi si è chiuso e si è messo a sanguinare e dopo
che ho detto basta ho guardato giù e sul pavimento c'era
un'impronta della metà della mia faccia nel sangue.
Tyler mi ha affiancato e tutt'e due siamo rimasti a
guardare la grande O della mia bocca con tutto il sangue
intorno e la fessurina del mio occhio che ci fissava
dal pavimento e Tyler dice: «Complimenti».
Io stringo la mano al tizio e gli dico che è stato un bel
combattimento.
Luì mi dice: «Facciamo la settimana prossima?».
Io cerco di sorridere nel gonfiore e gli dico, ma guardami.
Perché non facciamo il mese prossimo?
Non c'è essere vivi come sei vivo al fight club. Quando
sei tu e l'altro sotto quell'unica luce in mezzo a tutti
quelli che guardano. Il fight club non c'entra con il vincere
o perdere i combattimenti. Il fight club è questione
di parole. Vedi un tizio che viene al fight club per la prima
volta e ha il culo come una pagnotta bianca. Vedi lo
stesso sei mesi dopo e sembra scolpito nel legno. Lo vedi
che si sente sicuro di affrontare qualsiasi cosa. C'è casino
al fight club come in ginnastica, ma il fight club
non c'entra con il mettersi in tiro. Ci sono schiamazzi
isterici in gergo come in chiesa e la domenica pomeriggio
quando ti svegli ti senti redento.
Dopo il mio ultimo combattimento, il mio avversario
ha pulito per terra mentre io chiamavo la mia assicurazione
per informarli che passavo al pronto soccorso. All'ospedale
Tyler dice che sono caduto.
Certe volte Tyler parla per me.
Mi sono ridotto così da me stesso.
Fuori stava spuntando il sole.
Non si parla del fight club perché salvo che per cinque
ore dalle due fino alle sette della domenica mattina
il fight club non esiste.
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figth club - 08 primo fight club
Il telefono squillava e Tyler ha risposto.
«Se non sai quello che vuoi» ha detto il portiere, «finisci
con un mucchio di roba che non vuoi.»
Possa non essere mai completo.
Possa non essere mai soddisfatto.
Possa non essere mai perfetto.
Liberami, Tyler, dall'essere perfetto e completo.
Ci siamo dati appuntamento in un bar.
Il portiere ha voluto un numero dove la polizia potesse
rintracciarmi. Pioveva ancora. La mia Audi era
ancora al suo posto, ma con una lampada a stelo alogena
Dakapo sparsa sul parabrezza.
Io e Tyler ci siamo trovati e abbiamo bevuto tanta birra
e Tyler ha detto che, sì, potevo andare a stare da lui,
ma dovevo fargli un favore.
L'indomani sarebbe arrivata la mia valigia con il minimo
indispensabile, sei camicie, sei paia di mutande.
Lì, ubriaco in un bar dove nessuno ci stava a guardare
e a nessuno importava niente di noi, ho chiesto a Tyler
che cosa voleva che facessi.
«Voglio che mi tiri un cazzotto più forte che puoi.»
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figth club - 07 casa
Quello della sicurezza me l'ha spiegata bene.
Gli addetti ai bagagli possono ignorare una valigia
ticchettante. Quello della sicurezza, lui chiamava gli
addetti ai bagagli Lanciatori. Le bombe moderne non
ticchettano. Ma una valigia che vibra, gli addetti ai bagagli,
i Lanciatori, ecco che devono chiamare la polizia.
Com'è che sono finito a vivere con Tyler è per via di
questa politica adottata da quasi tutte le compagnie aeree
sui bagagli che vibrano.
Nel mio viaggio di ritorno da Dulles avevo tutto
quanto in quella sola borsa. Quando viaggi parecchio
impari a imbagagliare ogni volta la stessa roba. Sei camicie
bianche. Due calzoni neri. Il minimissimo indispensabile
alla sopravvivenza.
Sveglietta da viaggio.
Rasoio elettrico a batterie ricaricabili.
Spazzolino da denti.
Sei paia di mutande.
Sei paia di calze nere.
Salta fuori, alla partenza da Dulles, che la mia valigia
vibrava, secondo quello della sicurezza, così la polizia
l'ha tirata giù. C'era tutto in quella borsa. Il nécessaire
per le mie lenti a contatto. Una cravatta rossa a
strisce blu. Una cravatta blu a strisce rosse. Queste sono
righe regimental, non righe da club. E una camicia
tutta rossa.
Una volta tenevo una lista di tutte queste cose appesa
alla porta della mia stanza, a casa.
Casa mia era un appartamento al quindicesimo piano
di un grattacielo, una sorta di archivio per vedove e
giovani professionisti. Il pieghevole promozionale garantiva
due spanne di cemento tra me e qualunque stereo
o televisore a tutto volume al di là dei miei pavimenti,
soffitti e muri. Due spanne di cemento e aria
condizionata, cosicché non potevi aprire le finestre, e
con tanto di parquet d'acero e interruttori a intensità
variabile, fino all'ultimo centimetro cubo a tenuta d'aria
puzzava dell'ultimo pasto che ti eri cucinato o dell'ultima
andata al bagno.
Sì, e c'erano piani in massello e faretti incassati a basso
voltaggio.
Comunque due spanne di cemento sono importanti
quando la tua vicina di casa lascia scaricare le batterie del
suo apparecchio acustico e deve mettere al massimo il
volume del televisore per seguire i suoi giochi a premi. O
quando una vulcanica fiammata di gas incandescente
piena dei detriti che una volta erano il tuo arredamento e
i tuoi effetti personali esplode dalle vetrate di casa tua lasciando
il tuo miniappartamento, solo il tuo, ridotto a
uno squarcio annerito nella facciata del grattacielo.
Tutto, incluso il tuo servizio di piatti di vetro verdi
soffiati a mano con tutte quelle bollicine piccole piccole
e le imperfezioni, i granellini di sabbia, a riprova d'essere
l'opera degli onesti, semplici, infaticabili artigiani
indigeni di chissà dove, be', tutti questi piatti sbriciolati
dall'esplosione. Immaginatevi le tende delle vetrate che
volano fuori a consumarsi nel fuoco spinto dal vento
caldo.
Quindici piani al di sopra della città e questa roba
che scende come lava, cenere e lapilli a spargersi su tutte
le macchine parcheggiate.
Io, mentre me ne volo a ovest, addormentato a Mach
0,83 o 455 miglia orarie, velocità relativa, con gli artificieri
dell'Fbi che esaminano la mia valigia su una pista
deserta a Dulles. Nove volte su dieci, dice quello della
sicurezza, la vibrazione è un rasoio elettrico. Questo è il
mio rasoio elettrico a batterie ricaricabili. Un'altra volta
è un dildo a vibrare.
Questo me lo ha detto il tizio della sicurezza. Questo
è stato alla mia destinazione, senza la valigia,
quando stavo per prendere un taxi e tornare a casa a
trovare le mie lenzuola di flanella a brandelli sul marciapiede.
Si immagini, dice quello della sicurezza, di andare a
raccontare a una passeggera all'arrivo che il suo bagaglio
è rimasto sulla East Coast per via di un dildo. E
certe volte capita con i passeggeri maschi. È politica
della compagnia aerea non entrare nel merito specifico
della proprietà nel caso di un dildo. Si usa l'articolo indefinito.
Un dildo.
Mai il suo dildo.
Che a nessuno scappi mai di dire che la signora è venuta
a bordo con un dildo.
Un dildo è entrato in funzione dando origine a una
situazione di emergenza che ha richiesto lo scarico del
suo bagaglio.
Pioveva a Stapleton quando mi sono svegliato per la
mia coincidenza.
Pioveva quando mi sono svegliato al momento delratterraggio
a casa.
Un annuncio ci ha invitati a cogliere l'occasione per
controllare nei pressi del nostro posto a sedere di non
aver dimenticato qualcuno degli effetti personali. Poi
l'annuncio ha fatto il mio nome. Ero gentilmente pregato
di parlare con un rappresentante della compagnia
aerea che mi attendeva al cancello.
Ho portato indietro il mio orologio di tre ore ed era
ancora mezzanotte passata.
C'era il rappresentante della compagnia aerea al cancello
e c'era quello della sicurezza a dirmi, ah, il suo rasoio
elettrico ha bloccato il suo bagaglio a Dulles. Quello
della sicurezza chiamava gli addetti ai bagagli Lanciateri.
Poi li ha chiamati Rampanti. Per farmi sapere
che sarebbe potuta andare anche peggio, mi ha detto
che almeno non era un dildo. Poi, forse perché io sono
maschio e lui è maschio ed è l'una di notte, magari per
farmi ridere, mi ha detto che quelli del mestiere chiamano
le assistenti di volo Cameriere Spaziali. O Materassi
ad Aria. Dava l'impressione di indossare una divisa
da pilota, camicia bianca con piccole spalline e cravatta
blu. Il mio bagaglio era a posto, ha detto, e sarebbe
arrivato il giorno dopo.
L'uomo della sicurezza mi ha chiesto nome e indirizzo
e recapito telefonico, poi mi ha chiesto che differenza
c'è tra un preservativo e un aereo.
«In un preservativo ci entra una sola testa di cazzo»
ha detto.
Ho preso un taxi per tornare a casa usando i miei ultimi
dieci dollari.
Anche la polizia aveva fatto un sacco di domande.
Il mio rasoio elettrico, che non era una bomba, era
ancora a tre fusi orari da me.
Qualcosa che era una bomba, una grossa bomba, aveva
distrutto i miei originali tavolini Njurunda a forma
di yin color verde ramarro e yang arancione, da incastrare
insieme per formare un cerchio. Ora erano un cumulo
di schegge.
Il mio salotto Haparanda con le fodere arancione, firmato
da Erika Pekkari, era un ammasso di immondizie.
E io non ero il solo schiavo del mio istinto di nidificazione.
Gente che conosco, che una volta andava a sedersi
in bagno con una rivista pornografica, adesso va a
sedersi in bagno con un catalogo dell'Ikea.
Abbiamo tutti la stessa poltrona Johanneshov con
lo stesso disegno Strinne a strisce verdi. La mia è precipitata
per quindici piani, bruciando, dentro una fontana.
Abbiamo tutti le stesse lampade Rislampa/Har costruite
con filo di ferro e carta ecologica, non sbiancata.
Le mie sono coriandoli.
Tutte quelle sedute in bagno.
Il servizio di posate Alle. Acciaio inossidabile. A prova
di lavastoviglie.
L'orologio Vild da anticamera, di acciaio zincato, oh,
non avevo potuto fame a meno.
La consolle a ripiani Klipsk, oh, sì.
Le cappelliere Hemlig. Sì.
Tutta roba che luccicava disseminata nella strada sotto
il mio grattacielo.
La mia parure coordinata Mommala. Disegnata da
Tomas Harila e disponibile in quanto segue:
Violetto.
Fucsia.
Cobalto.
Ebano.
Antracite.
Bianco latte o vinaccia.
Una vita intera per comprare questa roba.
I miei tavoli Kalix dallo smalto fine per le occasioni.
I miei tavoli da nido.
Compri mobili. Dici a te stesso, questo è il divano della
mia vita. Compri il divano, poi per un paio d'anni sei
soddisfatto al pensiero che, dovesse andare tutto storto,
almeno hai risolto il problema divano. Poi il giusto servizio
di piatti. Poi il letto perfetto. Le tende. Il tappeto.
Poi sei intrappolato nel tuo bel nido e le cose che una
volta possedevi, ora possiedono te.
Finché sono arrivato a casa dall'aeroporto.
Il portiere sbuca dalle ombre per dire che c'è stato un
incidente. La polizia è stata qui e ha fatto un sacco di
domande.
La polizia pensa che possa essere stato il gas. Forse si
è spenta la fiammella pilota oppure un fornello è rimasto
aperto e il gas è arrivato al soffitto, e il gas ha riempito
l'appartamento da cima a fondo, stanza dopo stanza.
Quando tutte le stanze sono state piene, è partito il
compressore in fondo al frigorifero.
Deflagrazione.
Le vetrate nei telai di alluminio sono esplose e via in
fiamme i divani e le lampade e i piatti e le lenzuola, via
gli annuari del liceo e i diplomi e il telefono. Tutto sparato
dal quindicesimo piano in una sorta di esplosione
solare.
Oh, non il mio frigorifero. Avevo collezionato ripiani
su ripiani di senapi, alcune macinate nel mortaio, alcune
in stile pub inglese. C'erano condimenti per insalata
senza grassi in quattordici sapori diversi e sette tipi di
capperi.
Lo so, lo so, una casa piena di condimenti e nessun cibo
vero.
Il portiere si è soffiato il naso e qualcosa è finito nel
suo fazzoletto con lo schiocco sano di una presa sicura
nel guantone del ricevitore.
Si poteva salire al quindicesimo piano, ha detto il
portiere, ma nessuno poteva entrare nell'appartamento.
Ordini della polizia. La polizia aveva chiesto se avevo
un'ex fidanzata che me l'aveva giurata tanto da far-
mi una cosa del genere o se mi ero procurato qualche
nemico che avesse accesso alla dinamite.
«Non valeva la pena salire» ha detto il portiere. «È rimasto
solo il guscio di cemento.»
La polizia non aveva escluso il dolo. Nessuno aveva
sentito odore di gas. Il portiere solleva un sopracciglio.
Questo passava il suo tempo a filare le cameriere e le
infermiere che lavoravano negli appartamenti grandi
dell'ultimo piano e aspettava seduto nelle poltrone dell'atrio
le loro discese in ascensore dopo il lavoro. Tre
anni che vivevo lì e tutte le sere trovavo il portiere seduto
a leggere i suoi Ellery Queen mentre io rigiravo
armi e bagagli per aprire la porta d'ingresso.
Il portiere solleva un sopracciglio e dice che certa
gente se ne parte per un lungo viaggio e lascia in casa
una candela, un cero lungo lungo, acceso, in mezzo a
una pozza di benzina. È gente con difficoltà economiche
a fare cose del genere. Gente che cerca un modo per
sgusciare da sotto.
Gli ho chiesto di lasciarmi usare il telefono dell'atrio.
«Un sacco di giovani cerca di far colpo sul mondo comprandosi
questo e quello» ha commentato il portiere.
10 ho chiamato Tyler.
11 telefono ha squillato nella casa che Tyler aveva in
affitto in Paper Street.
Oh, Tyler, ti prego, rispondi.
E il telefono squillava.
Il portiere mi si è affacciato sulla spalla e ha detto:
«Un sacco di giovani non sanno che cosa vogliono veramente».
Oh, Tyler, ti prego, salvami.
E il telefono squillava.
«I giovani credono di volere il mondo intero.»
Liberami dai mobili svedesi.
Liberami dall'artistico-funzionale.
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figth club
figth club - 06 tyler durden
Cinema vecchio, cinema nuovo, per trasportare un
film al prossimo cinema Tyler deve riportare la pellicola
alle sei, sette pizze originali. Le pizze piccole stanno
in un paio di valigie esagonali di metallo. Ogni valigia
ha la sua maniglia. Ne sollevi una e ti lussi una spalla.
Tanto pesano.
Tyler fa il cameriere di banchetti, serve ai tavoli di un
albergo, giù in centro, e Tyler fa il proiezionista iscritto al
sindacato di categoria. Non so quanto abbia lavorato Tyler
in tutte quelle notti in cui io non riuscivo a dormire.
I vecchi cinema con due proiettori, lì il proiezionista
deve essere sul posto di lavoro a cambiare proiettore
nel momento preciso cosicché il pubblico non si accorge
dell'interruzione quando una pizza finisce e comincia
l'altra. Bisogna stare attenti ai puntini bianchi che ci
sono in cima, nell'angolo destro dello schermo. È il segnale.
Ci fai caso e vedrai due punti in fondo alla pizza.
"Bruciature di sigaretta" le chiamano nel giro.
Il primo punto bianco è l'avvertimento dei due minuti.
Metti in funzione il secondo proiettore perché raggiunga
la velocità.
Il secondo punto bianco è l'avvertimento dei cinque
secondi. Emozione. Sei lì tra i due proiettori e la cabina
suda surriscaldata dalle lampade allo xeno che se le
guardi diritto sei cieco. Passa il primo punto sullo
schermo. L'audio di un film esce da un grande altoparlante
che c'è dietro. La cabina di proiezione è insonorizzata
perché dentro la cabina c'è il fracasso delle ruote
dentate che trascinano la pellicola davanti all'obiettivo
a sei piedi al secondo, dieci fotogrammi a piede, sessanta
fotogrammi che scattano ogni secondo, peggio di
una mitraglia. I due proiettori sono in funzione, tu sei
in mezzo, pronto a intervenire su entrambe le leve dell'otturatore.
I proiettori veramente antichi hanno un allarme
montato sul mozzo del rullo di alimentazione.
Anche dopo che il film viene passato in televisione ci
sono ancora i punti di avvertimento. Persino nei film
che fanno in aereo.
Quando la maggior parte della pellicola è finita sul
rullo di recupero, questo rullo si muove più lentamente
e il rullo di alimentazione deve girare più veloce. Alla
fine di una pizza, il rullo di alimentazione gira così veloce
che fa partire l'allarme che ti avverte che è in arrivo
il momento del cambio.
Il buio è torrido per via delle lampade dentro i
proiettori e suona l'allarme. Stai lì tra i due proiettori
con le leve pronte e sorvegli l'angolo dello schermo.
Passa il secondo punto. Conti fino a cinque. Chiudi un
otturatore. Contemporaneamente apri l'altro.
Cambio.
Il film continua.
Nessuno in platea si accorge.
L'allarme è sul rullo di alimentazione così il proiezionista
può schiacciare un pisolino. Un proiezionista fa
molte cose che non dovrebbe. Non tutti i proiettori sono
muniti di allarme. A casa certe volte ti svegli nel tuo
letto buio con il terrore di esserti addormentato in cabina
e di aver saltato un cambio. Il pubblico ti grida dietro.
Il pubblico, la loro fantasia cinematografica è andata
in fumo e il gestore chiamerà il sindacato.
Ti svegli al Krissy Field.
Il fascino del viaggio è dovunque vado, vita minuscola.
Vado all'albergo, saponetta minuscola, flaconcini
minuscoli di shampoo, panettino di burro per una sola
fetta, collutorio minuscolo e spazzolino da denti monouso.
Ripiegato nella poltrona d'aereo di dimensioni
standard. Sei un gigante. Il problema è che hai spalle
troppo larghe. Le tue gambe da Alice nel Paese delle
Meraviglie sono tutt'a un tratto così lunghe che toccano
i piedi della persona che hai davanti. Arriva il pranzo,
un kit fai-da-te in miniatura di pollo alla Cordon Bleu,
una sorta di collage da comporre per tenerti occupato.
Il pilota ha acceso l'avviso delle cinture e i passeggeri
sono invitati a non aggirarsi per la cabina.
Ti svegli al Meigs Field.
Certe volte Tyler si sveglia nel buio sfrigolante di terrore
di aver saltato un cambio di pizza o che la pellicola
si è spezzata o che la pellicola è andata fuori posto nel
proiettore di quel tanto che i denti della ruota di trascinamento
stanno punzonando una fila di forellini nella
traccia del sonoro.
Dopo che una pellicola è finita nei denti, attraverso la
traccia del sonoro passa la luce della lampada e invece
del parlato ti spara nelle orecchie un rumore da pale di
elicottero a ogni botta di luce attraverso un foro di dente.
Che cos'aitro non dovrebbe fare un proiezionista: Tyler
ricava diapositive dai fotogrammi migliori di un
film. Il primo frontale nudo a figura piena che si ricordi
era dell'attrice Angie Dickinson.
Ora che una copia di questo film è passato dai cinema
della West Coast ai cinema della East Coast la scena di
nudo non c'era più. Un proiezionista si era preso un fotogramma.
Un altro proiezionista si era preso un fotogramma.
Tutti volevano farsi una dia di Angie Dickinson
nuda. Poi nei cinema sono arrivati i porno e alcuni di
questi proiezionisti si sono fatti collezioni diventate mitiche.
Ti svegli al Boeing Field.
Ti svegli al LAX.
Abbiamo un volo quasi vuoto questa sera, perciò sentiti
libero di alzare i braccioli e allungarti. Ti allunghi,
zigzag ginocchia piegate, schiena piegata, gomiti piegati
su tre o quattro posti. Punto l'orologio a due ore prima
o tre ore dopo, Pacific, Mountain, Central, o Easter Time;
perdi un'ora, guadagni un'ora.
Questa è la tua vita e va finendo un minuto alla volta.
Ti svegli al Cleveland Hopkins.
Ti svegli di nuovo al SeaTac.
Sei un proiezionista e sei stanco e rabbioso, ma più
che altro sei stufo così cominci prendendo un fotogramma
porno ricavato da qualche altro proiezionista
che hai trovato nascosto da qualche parte in cabina e
giunti questo fotogramma di un mezzo braccio di pene
rosso o di una voragine di vulva bagnata in primo piano
in qualche altro film.
Questo è una di quelle avventure di animali, dove il
cane e il gatto vengono abbandonati da una famiglia
che parte per un viaggio e devono ritornare a casa da
soli. Nella terza pizza, subito dopo il cane e il gatto, che
hanno voci umane e si parlano e hanno appena finito di
mangiare roba trovata in un bidone della spazzatura,
passa in un lampo un'erezione.
Cose che fa Tyler.
Un singolo fotogramma in una pellicola resta sullo
schermo per un sessantesimo di secondo. Dividi un secondo
in sessanta parti uguali. Tanto dura l'erezione.
Una torre di membro alto quattro piani sopra una platea
di popcorn, rosso viscido e terribile, e nessuno lo vede.
Ti svegli di nuovo al Logan.
È un modo terribile di viaggiare, questo. Vado alle
riunioni al posto del mio capo, quando lui non ha voglia.
Prendo appunti. Poi torno da voi.
Dovunque vado, ci vado per applicare la formula.
Manterrò il segreto.
È aritmetica elementare.
Il problema è immutabile.
Se una macchina nuova costruita dalla mia ditta parte
da Chicago in direzione ovest a sessanta miglia orarie
e il differenziale posteriore si blocca e la macchina si
schianta e tutte le persone intrappolate dentro finiscono
arse vive, la mia ditta da mandato per un ritiro dal
mercato?
Si mette il numero dei veicoli nel campo A e lo si
moltiplica per il coefficiente di probabilità di guasto B,
quindi si moltiplica il risultato per il costo medio C di
un indennizzo diretto senza causa in tribunale.
A per B per C uguale X. Questo è quanto verrà a costare
se non ritiriamo le macchine.
Se X è maggiore del costo di un ritiro, ritiriamo le
macchine ed è tutto sistemato.
Se X è minore del costo di un ritiro, allora non ritiriamo.
Dovunque vado c'è la carcassa bruciata e ammucchiata
di una macchina ad attendermi. So dove sono
tutti gli scheletri. Vedetelo come la mia garanzia d'impiego.
Orari d'albergo, cibi da ristorante. Dovunque vado
stringo amicizie minuscole con le persone che mi stanno
sedute accanto da Logan a Krissy a Willow Run.
La mia qualifica è coordinatore delle operazioni di ritiro
dal mercato, spiego all'amico di turno seduto di
fianco a me, ma mi adopero per un futuro da sguattero.
Mi sveglio di nuovo all'O'Hare.
Tyler ha giuntato un pene in tutti i film dopo il primo.
Di solito primi piani, o una vagina alla Grand
Canyon con tanto d'eco, alta quattro piani e vibrante di
pressione sanguigna mentre Cenerentola ballava con il
suo Principe Azzurro e la gente guardava. Nessuno ha
protestato. La gente ha mangiato e bevuto, ma la serata
non è stata la stessa. La gente si è sentita male o si è
messa a piangere e non sapeva perché. Solo un colibrì
avrebbe potuto cogliere l'intervento di Tyler.
Ti svegli al JFK.
Mi sciolgo e mi gonfio al momento dell'atterraggio
quando una ruota sbatte sulla pista ma l'aereo s'inclina
su un fianco e resta in bilico nella decisione se raddrizzarsi
o ruzzolare. In questo momento non conta niente
altro. Alzi lo sguardo alle stelle e via. Non il tuo bagaglio.
Non c'è niente che conta. Non il tuo alito cattivo. I
finestrini sono scuri e le turbine rombano al contrario.
La fusoliera prende l'angolazione sbagliata sotto il ruggito
delle turbine e non avrai più da compilare una nota
spese. Ricevuta richiesta per esborsi superiori ai venticinque
dollari. Non avrai più da andare a tagliarti i
capelli.
Un tonfo e la seconda ruota tocca l'asfalto. Lo staccato
di cento fibbie di cintura di sicurezza che si aprono e
l'amico monouso di fianco al quale per poco non sei finito
all'aldilà dice:
Spero che non perderai la tua coincidenza.
Sì, anch'io.
E questo è quanto è durato il tuo momento. E la vita
continua.
E così, per caso, Tyler e io ci incontriamo.
Era ora di prendersi una vacanza.
Ti svegli al LAX.
Di nuovo.
Come ho conosciuto Tyler è che sono andato a una
spiaggia per nudisti. Era la fine dell'estate e io dormivo.
Tyler era nudo e sudava, tutto ruvido di sabbia, i capelli
bagnati e stopposi che gli pendevano sulla faccia.
Tyler c'era da un pezzo prima che ci conoscessimo.
Tyler pescava pezzi di legno dalla risacca e li trascinava
sulla spiaggia. Nella sabbia bagnata aveva già
piantato un semicerchio di pali a pochi centimetri l'uno
dall'altro, alti da arrivargli agli occhi. C'erano quattro
ceppi e quando mi sono svegliato mi sono messo a
guardare Tyler che ne trascinava su per la spiaggia un
quinto. Tyler ha scavato una buca vicino a un'estremità
del palo, poi ha sollevato l'altra estremità fino a farlo
scivolare dentro la buca in modo che rimanesse eretto,
un po' sbilenco.
Ti svegli in spiaggia.
C'eravamo solo noi in spiaggia.
Con un legno Tyler ha segnato una linea dritta nella
sabbia lunga qualche metro. Tyler è tornato a raddrizzare
il palo pestando sabbia intorno alla base.
Io ero la sola persona a guardare l'operazione.
«Sai che ore sono?» mi ha chiesto Tyler gridando.
Io porto sempre l'orologio.
«Sai che ore sono?»
Gli ho domandato dove.
«Qui» ha risposto Tyler. «Qui dove siamo.»
Erano le quattro e sei minuti del pomeriggio.
Dopo un po' Tyler si è seduto a gambe incrociate all'ombra
dei pali eretti. Tyler è rimasto seduto per qualche
minuto, si è alzato ed è andato a fare il bagno. Si è
infilato una maglietta e un paio di calzoni da tuta e si è
apprestato ad andarsene. Ho dovuto chiedergli.
Dovevo sapere che cosa faceva Tyler mentre io dormivo.
Se potevo svegliarmi in un posto diverso, in un momento
diverso, potevo svegliarmi diverso io stesso?
Ho chiesto a Tyler se era un artista.
Tyler si è stretto nelle spalle e mi ha mostrato come i
cinque pali eretti erano più larghi alla base. Tyler mi ha
mostrato la linea che aveva tracciato nella sabbia e come
usava la linea per calibrare l'ombra proiettata da
ciascuno.
Certe volte ti svegli e hai bisogno di chiedere dove sei.
Quello che Tyler aveva creato era l'ombra di una mano
gigante. Ora le dita erano da Nosferatu, tanto erano
lunghe, e il pollice era troppo corto, ma lui mi ha spiegato
come alle quattro e mezzo in punto la mano era perfetta.
L'ombra di una mano gigante era perfetta per un
solo minuto e per un minuto perfetto Tyler si era seduto
nel palmo di una perfezione che lui stesso aveva creato.
Ti svegli e non sei da nessuna parte.
Un minuto era abbastanza, ha detto Tyler, c'era da lavorare
duro per ottenerlo, ma un minuto di perfezione
valeva la fatica. Un momento era il massimo che ci si
poteva aspettare dalla perfezione.
Ti svegli e tanto basta.
Si chiamava Tyler Durden ed era un proiezionista
iscritto al sindacato ed era un cameriere di banchetti all'albergo,
giù in centro, e mi ha dato il suo numero di
telefono.
È così che ho conosciuto Tyler.
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figth club
figth club - 05 work
Ti svegli all'Air Harbor International.
A ogni decollo e atterraggio, quando l'aereo s'inclinava
troppo, speravo nello schianto. Quel momento
guarisce la mia insonnia con la narcolessia quando potremmo
morire impotenti come tabacco umano impacchettato
nella fusoliera.
È così che ho conosciuto Tyler Durden.
Ti svegli all'O'Hare.
Ti svegli al LaGuardia.
Ti svegli al Logan.
Tyler lavorava come proiezionista part-time. Per via
della sua natura, Tyler poteva solo fare mestieri notturni.
Se un proiezionista si ammalava, il sindacato chiamava
Tyler.
Certa gente è nottambula. Altra gente è diurna. Io
potrei solo lavorare di giorno.
Ti svegli al Dulles.
Le assicurazioni pagano un'indennità tripla se muori
durante un viaggio d'affari. Speravo nell'effetto vortice.
Speravo nei pellicani risucchiati nelle turbine e serraggi
difettosi e ghiaccio sulle ali. Al decollo, con l'aereo
lanciato per la pista e gli alettoni all'insù, con gli
schienali nella posizione di massima verticalità e i vas-
soi richiusi e tutto il bagaglio personale nei comparti
superiori, all'avvicinarsi della fine della pista, nel momento
di assoluto divieto di fumare, speravo in uno
schianto.
Ti svegli al Love Field.
In una cabina di proiezione se il cinema era vecchio
abbastanza Tyler faceva il cambio. Dove c'è da fare il
cambio, in cabina ci sono due proiettori e uno è in funzione.
Questo lo so perché lo sa Tyler.
Il secondo proiettore è pronto con la prossima pizza
di film. Quasi tutti i film sono costituiti da sei o sette
piccole bobine di pellicola da proiettare in un certo ordine.
Nei cinema più nuovi appiccicano insieme tutte le
pellicole in un pizzone. Così non c'è da dover manovrare
due proiettori e fare i cambi, andare avanti e indietro,
pizza uno, cambio, pizza due sull'altro proiettore,
cambio, pizza tre sul primo proiettore.
Cambio.
Ti svegli al SeaTac.
Studio le persone sulla tabella plastificata. Una donna
galleggia nell'oceano con i capelli castani sparsi intorno
alla testa e il cuscino del sedile stretto al petto. Gli
occhi sono spalancati, ma non è né sorridente né crucciata.
In un'altra immagine, delle persone calme come
vacche indù si allungano dai loro posti a prendere le
maschere di ossigeno che sono balzate fuori dal soffitto.
Dev'essere un'emergenza.
Oh.
Abbiamo perso pressione.
Oh.
Ti svegli e sei al Willow Run.
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figth club - 04 marla singer
L'unica donna qui presente al Restare Uomini Insieme,
il gruppo di sostegno dei malati di cancro testicolare,
questa donna soccombe al peso di uno sconosciuto e
i suoi occhi s'incrociano con i miei.
Imbrogliona. Imbrogliona. Imbrogliona.
Capelli corti nero opaco, occhi grandi come quelli dei
cartoni animati giapponesi, magra come una garza, lattiginosa
nel suo vestito con un motivo di rose scure come
di tappezzeria, questa donna era anche nel mio
gruppo di sostegno ai tubercolotici di venerdì sera. Era
alla mia tavola rotonda sul melanoma di mercoledì sera.
Lunedì sera era al mio gruppo leucemici dei Fermi
Credenti. La scriminatura al centro dei capelli è una folgore
storta di cute bianca.
A vedere questi gruppi di sostegno, hanno tutti nomi
approssimativi e incoraggianti. Il mio gruppo della sera
del giovedì sui parassiti del sangue si chiama Liberi e
Puliti.
Il gruppo a cui partecipo sui parassiti del cervello si
chiama Al di Sopra e Oltre.
E la domenica pomeriggio al Restare Uomini Insieme
nello scantinato della Trinity Episcopal, questa donna è
qui di nuovo.
Peggio ancora, non riesco a piangere con lei che guarda.
Questa dovrebbe essere la mia parte preferita, ab-
bracciate a piangere senza speranza con Big Bob. Lavoriamo
tutti sodo tutto il tempo. Questo è l'unico posto
dove riesco veramente a lasciarmi andare.
Questa è la mia vacanza.
Sono stato al mio primo gruppo di sostegno due anni
fa dopo che ero tornato dal mio medico per l'insonnia.
Tre settimane senza dormire. Tre settimane senza
sonno e tutto diventa un'esperienza extracorporea. Il
mio dottore ha detto: «L'insonnia è solo il sintomo di
qualcosa di più importante. Scopri che cos'è che non
funziona davvero. Ascolta il tuo corpo».
Io volevo solo dormire. Volevo piccole capsuline blu
di Amytal Sodium, quelle da duecento milligrammi.
Volevo quei piccoli proiettili rossi e blu di Tuinal, Seconal
color rosso rossetto.
Il mio dottore mi ha detto di masticare radici di valeriana
e fare più moto. Prima o poi mi sarei addormentato.
Dal modo da vecchio frutto ammaccato in cui mi era
cascata la faccia mi avresti dato per morto.
Il mio dottore ha detto che se volevo vedere dolore
vero dovevo fare un salto alla First Eucharist il martedì
sera. Dare un'occhiata ai parassiti cerebrali. Dare un'occhiata
alle malattie degenerative delle ossa. Alle disfunzioni
organiche del cervello. Dare un'occhiata a come
tirano avanti i malati di cancro.
Allora ci sono andato.
Al primo gruppo dove sono andato, ci sono state le
presentazioni. Questa è Alice, questa è Brenda, questo è
Dover. Tutti sorridono con quell'invisibile pistola puntata
alla testa. Io non do mai il mio vero nome ai gruppi
di sostegno.
Quello scheletrino di donna che si chiama Chloe,
quella con il fondo dei calzoni che le pende mogio e
vuoto, Chloe mi dice che la cosa peggiore dei suoi parassiti
cerebrali è che nessuno vuole fare sesso con lei.
Era così vicina alla morte che la sua assicurazione le
aveva saldato la polizza sulla vita con settantacinquemila
dollari e tutto quello che voleva era una sbattuta
per un'ultima volta. Niente effusioni, solo sesso.
Che cosa dice un uomo? Che cosa si può dire, cioè.
Tutta questa agonia era cominciata con Chloe un po'
stanca e adesso Chloe era troppo annoiata per sottoporsi
alla terapia. Film pornografici, aveva film pornografici
a casa.
Durante la Rivoluzione francese, mi ha raccontato
Chloe, le donne chiuse in prigione, le duchesse, baronesse,
marchese, quello che erano, si scopavano qualsiasi
uomo montasse loro addosso. Chloe mi alitava sul
collo. Montami sopra. Sgancia, come dire. Scopare fa
passare il tempo.
La petite mort, la chiamavano i francesi.
Chloe aveva film pornografici, se ero interessato.
Amilnitrito. Lubrificanti.
Di norma avrei avuto un'erezione. La nostra Chloe
però è uno scheletro immerso in cera gialla.
Con Chloe conciata così, io non sono niente. Meno di
niente. Eppure Chloe mi spinge spalla contro spalla
quando ci sediamo in circolo sul tappeto. Chiudiamo
gli occhi. Toccava a Chloe condurci in meditazione guidata
e lei ci ha trasportati nel giardino della serenità.
Chloe ci ha guidati su per la china al palazzo delle sette
porte. Dentro il palazzo c'erano le sette porte, la porta
verde, la porta gialla, la porta arancione, e Chloe ci ha
guidati all'apertura di ciascuna, la porta blu, la porta
rossa, la porta bianca, a trovare che cosa c'era dentro.
Con gli occhi chiusi abbiamo immaginato il nostro
dolore come una sfera di luce bianca risanatrice che ci
avvolgeva i piedi e saliva alle ginocchia, alla vita, al
petto. L'aprirsi dei nostri chakra. Il chakra del cuore. Il
chakra della testa. Chloe ci ha guidati in grotte dove abbiamo
incontrato l'animale della nostra forza. Il mio era
un pinguino.
C'era ghiaccio a coprire il fondo della grotta e il pinguino
ha detto: scivola. Senza alcuno sforzo abbiamo
scivolato per tunnel e gallerie.
Poi è stato il momento di abbracciarsi.
Apri gli occhi.
Questo era il contatto fisico terapeutico, ha detto lei.
Tutti dovevamo sceglierci un partner. Chloe mi si è buttata
intorno alla testa a piangere. Aveva lingerie senza
spalline a casa e piangeva. Chloe aveva unguenti e manette
e piangeva mentre io guardavo la lancetta dei secondi
del mio orologio compiere undici giri.
Così io non ho pianto al mio primo gruppo di sostegno,
due anni fa. Non ho pianto nemmeno al mio secondo
o al mio terzo gruppo di sostegno. Non ho pianto
al gruppo dei parassiti del sangue o dei tumori
viscerali o della demenza organica cerebrale.
È così che va con l'insonnia. Tutto è così lontano, una
copia di una copia di una copia. L'insonnia ti distanzia
da ogni cosa, tu non puoi toccare niente e niente può
toccare te.
Poi c'è stato Bob. La prima volta che sono andato da
quelli del cancro testicolare, Bob l'alce buono, Bob il
mollaccione, mi si è sciolto addosso in lacrime al Restare
Uomini Insieme. Quando è stato il momento di abbracciarsi,
l'alce buono ha attraversato la stanza da una
parte all'altra, con le braccia lungo i fianchi, le spalle arrotondate.
La sua bazza da alce contro il petto, gli occhi
già strizzati di lacrime. Strisciando i piedi, a passi invisibili
con le ginocchia unite, Bob è scivolato per lo scantinato
ed è venuto a issarsi su di me.
Bob mi si è sfrittellato addosso.
Le grosse braccia di Bob mi hanno cinto.
Big Bob era un dopato, mi ha detto. Giorni e giorni a
impasticcarsi di Dianabol e poi quello steroide da cavalli,
il Wistrol. Una palestra sua, Big Bob era padrone
di una palestra. Era stato sposato tre volte. Aveva fatto
promozioni di vendite e magari lo avevo visto in tv, o
no? Il programma su come aumentare il volume del
proprio torace era praticamente un'invenzione sua.
Gli sconosciuti con questo tipo di sincerità mi disossano,
se m'intendete.
Bob non m'intendeva. Forse gli era sceso solo uno dei
suoi huevos e sapeva che questo era un fattore di rischio.
Bob mi ha raccontato della terapia ormonale postoperatoria.
Un sacco di body builder che esagerano con il testosterone
si fanno crescere quelle che chiamano zinne.
Ho dovuto chiedergli che cosa voleva dire con huevos.
Huevos, ha detto Bob. Gonadi. Marroni. Gioielli. Attributi.
Palle. In Messico, dove vai a comprare gli steroidi,
le chiamano "uova".
Divorzio, divorzio, divorzio, ha detto Bob e mi ha
mostrato la foto che teneva nel portafogli dove c'era lui
enorme e a prima vista nudo, in posa a qualche concorso.
È un modo stupido di vivere, ha detto Bob, ma
quando sei pompato e rasato sulla pedana, con lo strato
di grasso corporeo ridotto al due per cento e i diuretici
che al tocco ti fanno sentire freddo e duro come granito,
sei accecato dalle luci e assordato dal sottofondo musicale
finché i giudici ordinano: «Estendi il quadricipite
destro, fletti e resta così».
«Estendi il braccio sinistro, fletti il bicipite e resta così.»
È meglio della vita vera.
Sulla corsia di sorpasso, ha detto Bob, verso il cancro.
Poi la bancarotta. Aveva due figli grandi che non rispondevano
alle sue chiamate.
Secondo il dottore la cura per le zinne era di tagliare
sotto i pettorali e drenare tutti gli eventuali liquidi.
Questo è quanto ricordo perché poi Bob mi si è chiuso
tutto attorno con le braccia e la sua testa mi si è ripiegata
sopra a coprirmi. Poi mi sono perso dentro l'oblio,
buio e silenzioso e assoluto, e quando finalmente mi sono
allontanato dal suo petto molle, la sua maglietta era
una maschera bagnata dell'espressione che assumo
quando piango.
Questo è stato due anni fa, la mia prima sera con i
Restare Uomini Insieme.
A quasi tutte le riunioni dopo quella Big Bob mi ha
fatto piangere.
Non sono mai tornato dal medico. Non ho mai masticato
radice di valeriana.
Questa era libertà. Perdere ogni speranza era la libertà.
Se non dicevo niente, la gente del gruppo presumeva
il peggio. Piangevano più forte. Piangevo più forte
anch'io. Alzi lo sguardo alle stelle e via.
Tornando a casa a piedi dopo un gruppo di sostegno
mi sentivo più vivo che mai. Io non ero l'ospite di cancro
o parassiti del sangue; io ero il piccolo centro caldo
intorno al quale si aggrappolava la vita del mondo.
E dormivo. Così bene non dormono nemmeno i neonati.
Tutte le sere morivo e tutte le sere nascevo.
Risorto.
Fino a questa sera, due anni di successi fino a questa
sera, perché non posso piangere con questa donna che
mi guarda. Perché non posso toccare il fondo, non posso
essere redento. Mi morsico l'interno della bocca a tal
punto che la mia lingua crede di avere una tappezzeria
ruvida. Sono quattro giorni che non dormo.
Con lei che mi guarda, io sono un bugiardo. Lei è
un'imbrogliona. La bugiarda è lei. Alle presentazioni
questa sera ci siamo presentati: io sono Bob, io sono
Paul, io sono Terry, io sono David.
Io non do mai il mio vero nome.
«Questo è cancro, giusto?» ha chiesto.
Poi ha detto: «Be', ciao, io sono Marla Singer».
Nessuno ha mai detto a Marla che tipo di cancro. Poi
ci siamo dati tutti da fare a coccolare il nostro bimbo interiore.
L'uomo piange ancora sul suo collo.
Io guardo Marla tra l'una e l'altra tetta tremolante di
Bob.
Per Marla io sono un impostore. Dalla seconda volta
che l'ho vista non dormo più. Comunque il primo imbroglione
sono stato io, a meno che tutta questa gente
non faccia finta con le loro lesioni e le loro tossi e i loro
tumori, persine Big Bob, l'alce buono. Il mollaccione.
Guarda quei capelli scolpiti che ha.
Ora Marla alza gli occhi.
In questo preciso momento la menzogna di Marla riflette
la mia menzogna e io non vedo altro che menzogne.
Nel mezzo di tutta la loro verità. Tutti che si stringono e
arrischiano a condividere la loro paura peggiore, che la
morte gli stia piombando addosso e che abbiano una canna
di pistola premuta contro il collo. Be', Marla alza gli
occhi al soffitto e io sono qui sepolto sotto un tappeto singhiozzante
e tutt'a un tratto persino la morte e l'agonia
scendono al rango di contorno senza importanza.
«Bob» dico, «mi schiacci.» Cerco di bisbigliare, poi
non lo faccio. «Bob.» Cerco di tenere la voce bassa, ma
sto gridando. «Bob, devo andare al cesso.»
C'è uno specchio appeso sopra il lavabo in bagno. Se
lo schema regge, vedrò Marla Singer all'Ai di Sopra e
Oltre, il gruppo delle disfunzioni cerebrali. Marla sarà
là. Certo che Marla sarà là e quello che farò io sarà sedermi
accanto a lei. E dopo le presentazioni e la meditazione
guidata, le sette porte del palazzo, la sfera di luce
bianca guaritrice, dopo che avremo aperto i nostri
chakra, quando sarà il momento di abbracciarsi, afferrerò
quella troietta.
Le sue braccia strette strette contro i suoi fianchi e le
mie labbra schiacciate contro il suo orecchio, dirò: Marla,
imposterà che non sei altro, vattene.
Questa è la sola cosa autentica della mia vita e tu la
stai mandando in malora.
Turista che non sei altro.
La prossima volta che ci vediamo, le dirò: Marla, non
riesco a dormire con te qui. Ne ho bisogno. Vattene.
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