lunedì 18 agosto 2008
figth club - 10 la prima regola
Quando abbiamo inventato il fight club, io e Tyler,
nessuno dei due aveva mai partecipato prima a un
combattimento. Se non sei mai stato in combattimento
sei pieno di interrogativi. Sei lì che ti chiedi com'è farsi
male, cosa saresti capace di fare a un altro uomo. Io sono
stato il primo a cui Tyler si è sentito di poter chiedere
senza timore ed eravamo ubriachi tutt'e due in un
bar dove a nessuno importava niente di noi, così Tyler
ha detto: «Voglio che mi fai un favore. Voglio che mi tiri
un cazzotto più forte che puoi».
Io non volevo, ma Tyler mi ha spiegato tutto, tutta la
storia di non voler morire senza cicatrici, di essere stanco
di vedere solo combattimenti di professionisti e di
voler sapere di più di se stesso.
Mi ha raccontato dell'autodistruzione.
All'epoca la mia vita mi sembrava troppo completa e
forse abbiamo bisogno di spaccare tutto per tirar fuori
qualcosa di meglio da noi stessi. Mi sono guardato intorno
e gli ho detto di sì. Va bene, gli ho detto, ma fuori
nel parcheggio.
Così siamo usciti e gli ho chiesto se lo voleva in faccia
o in pancia.
«Sorprendimi» ha detto Tyler.
Io ho detto che non avevo mai picchiato nessuno.
«Allora dai fuori di matto» ha detto Tyler.
Io gli ho detto di chiudere gli occhi.
«No» ha detto Tyler.
Come tutti quelli al primo combattimento al fight
club ho preso fiato e ho menato una sventola al mento
di Tyler come in tutti i film di cowboy che avevo visto e
nel caso mio il pugno lo ha raggiunto al collo.
Merda, ho detto. Questo non conta. Voglio riprovare.
«Sì che è contato» ha detto Tyler e mi ha colpito, diritto
di botto, pac, come un guantone spinto da una
molla in un cartone animato del sabato mattina, in pie-
no petto. Sono finito contro una macchina. Eravamo lì
uno davanti all'altro, Tyler a massaggiarsi il collo e io a
tenermi una mano sul petto, tutti e due coscienti di essere
finiti in un posto dove non eravamo mai stati e, come
il gatto e il topo nei disegni animati, eravamo ancora
vivi e volevamo sapere fin dove saremmo potuti
arrivare restando vivi.
«Complimenti» ha detto Tyler.
Colpiscimi di nuovo gli ho detto io.
«No, tu colpisci me» ha detto Tyler.
Così l'ho colpito, una grande sbracciata da donna poco
sotto l'orecchio e Tyler mi ha spinto all'indietro e mi
ha calcato il tacco della scarpa nello stomaco. Quello
che è successo subito dopo e oltre non è successo a parole,
ma il bar ha chiuso e la gente è uscita e si è messa
intorno a noi a gridare nel parcheggio.
Invece che su Tyler, ho sentito che finalmente potevo
mettere le mani su tutto quello che nel mondo non funzionava,
gli indumenti che mi tornavano dalla tintoria
con i bottoni del colletto spezzati, la banca che dice che
sono sotto di centinaia di dollari. Il mio lavoro dove il
mio capo si mette al mio computer e smanetta i miei comandi
Dos. E Marla Singer, che mi ha soffiato i gruppi
di sostegno.
Niente era risolto alla fine del combattimento, ma
niente contava.
La prima sera che abbiamo combattuto era una domenica
sera e Tyler non si era fatto la barba per tutto il
fine settimana così avevo le nocche che mi bruciavano
per la sua barba lunga. Sdraiato sulla schiena nel parcheggio
accanto a lui a guardare l'unica stella che si vedeva
nella luce dei lampioni, ho chiesto a Tyler con cosa
aveva combattuto.
Suo padre, ha detto Tyler.
Forse non avevamo bisogno di un padre per comple-
tarci. Non c'è niente di personale contro il tuo avversario
al fight club. Combatti per combattere. È proibito
parlare del fight club, ma noi abbiamo parlato e per un
paio di mesi la gente si ritrovava in quel parcheggio dopo
la chiusura del bar e quando ha cominciato a far
freddo, un altro bar ci ha offerto il seminterrato dove ci
riuniamo ora.
Quando si riunisce il fight club, Tyler enuncia le regole
che abbiamo stabilito io e lui.
«Nella maggior parte dei casi» grida Tyler nel cono
di luce al centro dello scantinato pieno di uomini, «siete
qui perché qualcuno ha violato le regole. Qualcuno ha
parlato del fight club.»
Tyler dice: «Allora è meglio che smettete di parlarne
oppure vi conviene aprire un altro fight club perché la
prossima settimana il vostro nome finirà su una lista
quando entrerete e solo i primi cinquanta nomi della lista
entreranno. Se entrate, stabilite subito il vostro combattimento
se avete voglia di combattere. Se non volete
un combattimento, ci sono altri che lo vogliono, allora
forse vi conviene restarvene a casa.
«Se questa è la vostra prima sera al fight club» grida
Tyler, «dovete combattere.»
La maggior parte di quelli che vengono al fight club
ci vengono per via di qualcosa contro cui hanno paura
di combattere. Dopo qualche combattimento hai molta
meno paura.
Ci sono molti ottimi amici che si ritrovano per la prima
volta al fight club. Ora vado a riunioni o convegni e
vedo facce ai tavoli, dirigenti e giovani direttori o avvocati
con i nasi rotti che vanno gonfiandosi come melanzane
sporgendo da sotto le bende o un paio di punti
sotto un occhio o una mandibola ingessata. Sono quelli
che se ne stanno tranquilli ad ascoltare fino al momento
di prendere una decisione.
Ci scambiamo cenni di saluto con la testa.
Più tardi il mio capo mi chiederà com'è che conosco
tanti di questi individui.
Secondo il mio capo nel nostro mestiere ci sono sempre
meno gentiluomini e sempre più canaglie.
La demo va avanti.
Walter della Microsoft incrocia gli occhi con i miei. È
un giovane con denti perfetti e pelle sana e il tipo di posto
di lavoro di cui ti prendi la briga di vantarti con gli
ex compagni di scuola. Sai che è troppo giovane per
aver combattuto in qualche guerra e se i suoi genitori
non erano divorziati, suo padre non era mai a casa, e
ora sta guardando me, che ho la faccia per metà ben rasata
e per l'altra metà scura di un livido che tengo nascosto
nel buio. Sangue che mi luccica sulle labbra. E
forse Walter sta pensando a un'indolore cena vegetariana
a cui è stato la settimana scorsa o all'ozono o al disperato
bisogno della Terra di smettere i crudeli atti di
sperimentazione sugli animali, ma probabilmente no.
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