lunedì 18 agosto 2008
figth club - 09 figth club
Ho cominciato da due schermate la mia demo per quelli
della Microsoft e sento sapore di sangue in bocca e
devo cominciare a deglutire. Il mio capo non conosce il
materiale, ma non mi lascia condurre la demo con un
occhio nero e metà faccia gonfia per i punti dentro la
guancia. I punti si sono allentati e li sento con la lingua.
Pensate a una lenza aggrovigliata sulla spiaggia. Io li
immagino come i punti neri che si danno a un cane ferito
e continuo a inghiottire sangue. Il mio capo sta facendo
la presentazione leggendo il testo che gli ho
scritto io, mentre io mi occupo della proiezione, quindi
sono in fondo alla stanza al buio.
Le labbra mi diventano appiccicose di sangue e io mi
sforzo di ripulirmele con la lingua e quando le luci si
accenderanno mi rivolgerò ai rappresentanti della Microsoft,
mi rivolgerò a Ellen e Walter e Norbert e Linda,
grazie di essere venuti, con la bocca luccicante di sangue
e il sangue che mi spunta dalle fessure tra i denti.
Si riesce a mandar giù una bicchierata di sangue prima
di vomitare.
Domani è giornata di fight club e io il fight club non
me lo perdo.
Prima della presentazione Walter della Microsoft
stende a sorriso la sua mandibola a badile che sembra
una pubblicità, abbronzata del colore di una patata arrosto.
Walter con il suo anello con sigillo mi stringe la
mano, me la prende nella sua liscia e morbida e dice:
«Non vorrei vedere com'è conciato l'altro».
La prima regola del fight club è che non si parla del
fight club.
Dico a Walter che sono caduto.
Mi sono ridotto così da solo.
Prima della presentazione, quando ero seduto davanti
al mio capo a spiegargli come si combina la sequenza
delle dia rispetto al testo e in che momento avevo
intenzione di inserire il filmato, il mio capo mi
domanda: «In che razza di casino ti cacci tutti i fine settimana?».
È solo che non ho voglia di morire senza qualche cicatrice
addosso, rispondo. Non serve più a niente avere
un bel corpo intonso. Vedi quelle belle macchine con la
loro bella carrozzeria virginale, fresche fresche di concessionario
classe 1955 e a me viene sempre da pensare,
Dio che spreco.
La seconda regola del fight club è che non si parla del
fight club.
Magari a pranzo il cameriere viene al tuo tavolo e il cameriere
ha due occhi neri come un panda gigantesco per
il combattimento di sabato scorso, quando lo hai visto
con la testa schiacciata tra il pavimento di cemento e il ginocchio
di un ragazzone da cento chili che gli ha picchiato
cazzotti nel naso a ripetizione in un rintoccare di pacche
piatte e pesanti che hai sentito benissimo in mezzo a
tutte le urla finché il cameriere è riuscito a prendere abbastanza
fiato da spruzzare sangue dicendo basta.
Non dici niente perché il fight club esiste soltanto
nelle ore che vanno tra quando il fight club comincia e
quando il fight club finisce.
Hai visto il ragazzo che lavora in copisteria, l'hai visto
un mese fa questo ragazzo che non si ricorda mai di
fare i tre buchi in un ordine o infilare le striscioline di
carta colorata tra le serie di copie, ma questo ragazzo è
stato un dio per dieci minuti quando lo hai visto sgonfiare
un impiegato grosso due volte lui e montargli sopra
e tramortirlo di cazzotti finché non è stato costretto
a smettere. Questa è la terza regola del fight club, quando
qualcuno dice basta o non reagisce più, anche se sta
solo facendo finta, il combattimento è finito. Ogni volta
che rivedi il ragazzo, non puoi dirgli quanto bene ha
combattuto.
Solo due per ogni combattimento. Un combattimento
per volta. Si combatte senza camicia e senza scarpe. Il
combattimento dura per il tempo che stabiliscono loro.
Queste sono le altre regole del fight club.
Quelli del fight club non sono quelli del mondo reale.
Anche se tu dicessi al ragazzo della copisteria che è un
combattente fenomenale, non parleresti alla stessa persona.
Quello che sono io al fight club non è uno che il mio
capo conosce.
Dopo una sera al fight club ogni cosa del mondo reale
si ridimensiona. Niente può farti più incazzare. La
tua parola è legge e se qualcuno viola quella legge o la
mette in dubbio, non t'incazzi lo stesso.
Nel mondo reale io sono un coordinatore di operazioni
di ritiro in giacca e cravatta, seduto al buio con la
bocca piena di sangue a cambiare i valori di spesa e le
dia mentre il mio capo spiega alla Microsoft come ha
scelto per icona una particolare sfumatura di celeste
fiordaliso.
Il primo fight club siamo stati io e Tyler a scazzottarci.
In passato era sufficiente, quando tornavo a casa rabbioso
e sapevo che la mia vita non stava dietro al mio
piano quinquennale, mettermi a ripulire l'appartamento
o lucidare la macchina. Un giorno sarei morto senza
una cicatrice addosso e avrei lasciato un gran bell'appartamento
e una gran bella macchina. Molto, molto
belli, fino al formarsi di un nuovo velo di polvere o fino
all'arrivo di un nuovo proprietario. Non c'è niente di
statico. Persine la Gioconda se ne va a pezzi. Da quando
c'è il fight club posso far dondolare metà dei denti che
ho in bocca.
Forse l'automiglioramento non è la risposta.
Tyler non ha mai conosciuto suo padre.
Forse la risposta è l'autodistruzione.
Tyler e io andiamo ancora al fight club, insieme. Il fight
club è lo scantinato di un bar, adesso, il sabato sera, dopo
l'ora di chiusura, e settimana dopo settimana, quando ci
vai ci trovi più gente.
Tyler si piazza sotto l'unica luce al centro del nero
scantinato di cemento e vede quella luce riflettersi nel
buio in cento paia d'occhi. La prima cosa che Tyler grida
è: «La prima regola del fight club è che non si parla
del fight club».
«La seconda regola del fight club» grida Tyler, «è che
non si parla del fight club.»
Quanto a me, io ho conosciuto mio padre per sei anni,
ma non mi ricordo niente. Mio padre mette su una
nuova famiglia in una nuova città ogni sei anni circa.
Più che una nuova famiglia, è come se mettesse su una
nuova filiale.
Quella che vedi al fight club è una generazione di uomini
cresciuti da donne.
Tyler sotto l'unica luce nell'oscurità del dopo mezzanotte
in uno scantinato pieno di uomini, Tyler che snocciola
le altre regole: due uomini per combattimento, un
combattimento per volta, niente scarpe niente camicia,
il combattimento dura finché vogliono i combattenti.
«E la settima regola» grida Tyler «è che se questa è la
vostra prima sera al fight club, dovete combattere.»
Il fight club non è football in tv. Non sei lì a guardare
un gruppo di uomini che non conosci e che dall'altra
parte del mondo si pestano dal vivo via satellite con
uno scarto di due minuti di ritardo, pubblicità di birra
ogni dieci minuti e interruzioni per l'identificazione
dell'emittente. Dopo che sei stato al fight club, guardare
football in tv è come guardare pornografia quando
potresti fare ottimo sesso di persona.
Il fight club diventa la tua buona ragione per andare
in palestra e tenere i capelli corti e tagliarti le unghie.
Le palestre dove vai sono affollate di tizi che cercano di
sembrare uomini, come se essere un uomo equivalesse
ad avere l'aspetto che ha in mente uno scultore o un
pubblicitario.
Come dice Tyler, anche un soufflé è bello pompato.
Mio padre non ha fatto l'università perciò era importantissimo
che io facessi l'università. Dopo l'università
l'ho chiamato in interurbana e gli ho chiesto, e adesso?
Mio padre non sapeva.
Quando mi sono trovato un lavoro e ho compiuto
venticinque anni, in interurbana gli ho chiesto, e adesso?
Mio padre non sapeva, così mi ha risposto: sposati.
Sono un ragazzo trentenne e mi domando se un'altra
donna è davvero la risposta che mi occorre.
Quello che succede al fight club non succede a parole.
Certi hanno bisogno di un combattimento alla settimana.
Questa settimana Tyler dice che si batteranno i
primi cinquanta che entrano e basta. Nessun altro.
La settimana scorsa ho battuto un dito sulla spalla di
un tizio e siamo stati messi in lista per un combattimento.
Lui doveva aver avuto una settimana tutta storta, mi
ha inchiodato le braccia dietro la testa e mi ha sbattuto la
faccia contro il pavimento finché i denti mi hanno squar-
ciato l'interno della guancia e un occhio mi si è gonfiato
tanto che mi si è chiuso e si è messo a sanguinare e dopo
che ho detto basta ho guardato giù e sul pavimento c'era
un'impronta della metà della mia faccia nel sangue.
Tyler mi ha affiancato e tutt'e due siamo rimasti a
guardare la grande O della mia bocca con tutto il sangue
intorno e la fessurina del mio occhio che ci fissava
dal pavimento e Tyler dice: «Complimenti».
Io stringo la mano al tizio e gli dico che è stato un bel
combattimento.
Luì mi dice: «Facciamo la settimana prossima?».
Io cerco di sorridere nel gonfiore e gli dico, ma guardami.
Perché non facciamo il mese prossimo?
Non c'è essere vivi come sei vivo al fight club. Quando
sei tu e l'altro sotto quell'unica luce in mezzo a tutti
quelli che guardano. Il fight club non c'entra con il vincere
o perdere i combattimenti. Il fight club è questione
di parole. Vedi un tizio che viene al fight club per la prima
volta e ha il culo come una pagnotta bianca. Vedi lo
stesso sei mesi dopo e sembra scolpito nel legno. Lo vedi
che si sente sicuro di affrontare qualsiasi cosa. C'è casino
al fight club come in ginnastica, ma il fight club
non c'entra con il mettersi in tiro. Ci sono schiamazzi
isterici in gergo come in chiesa e la domenica pomeriggio
quando ti svegli ti senti redento.
Dopo il mio ultimo combattimento, il mio avversario
ha pulito per terra mentre io chiamavo la mia assicurazione
per informarli che passavo al pronto soccorso. All'ospedale
Tyler dice che sono caduto.
Certe volte Tyler parla per me.
Mi sono ridotto così da me stesso.
Fuori stava spuntando il sole.
Non si parla del fight club perché salvo che per cinque
ore dalle due fino alle sette della domenica mattina
il fight club non esiste.
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